Domenica 22 Marzo 2026 | 15:34

Bossi, il «celodurismo» e l’era in cui cambiò il linguaggio politico

Bossi, il «celodurismo» e l’era in cui cambiò il linguaggio politico

Bossi, il «celodurismo» e l’era in cui cambiò il linguaggio politico

 
Domenico Santoro

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Domenico Santoro

Bossi, il «celodurismo» e l’era in cui cambiò il linguaggio politico

C’è un modo giusto di ricordare un uomo politico: non addirittura con l’agiografia ma con lo sforzo di capire davvero ciò che ha rappresentato e ciò che ha lasciato

Domenica 22 Marzo 2026, 13:34

C’è un modo giusto di ricordare un uomo politico: non addirittura con l’agiografia, ma nemmeno con la liquidazione sbrigativa. Piuttosto, con lo sforzo di capire davvero ciò che ha rappresentato e ciò che ha lasciato.

Umberto Bossi è stato, nel bene e nel male, uno di quei protagonisti che non si limitano ad attraversare una stagione: la segnano. In un’Italia che usciva disorientata da Tangentopoli, con un sistema politico imploso e riferimenti ormai logori, la sua voce ha intercettato qualcosa di profondo. Non solo rabbia, ma un bisogno diffuso e spesso inascoltato: identità, riconoscimento, appartenenza.

In quei territori del Nord che, pur essendo il motore produttivo del Paese, si percepivano marginalizzati nelle scelte politiche e fiscali, Bossi seppe dare forma e linguaggio a una domanda reale. Lo fece con toni spesso ruvidi, talvolta eccessivi, ma anche con una capacità non comune di parlare a chi si alzava all’alba, attraversava confini, teneva in piedi un’economia concreta e quotidiana. Il suo «celodurismo», al di là della caricatura, era anche un modo diretto - quasi brutale - di rompere un linguaggio politico ormai distante dalla vita reale.

Non è un caso che quella spinta abbia coinvolto anche molti italiani del Sud emigrati al Nord, che in quella narrazione trovavano una forma di riconoscimento del proprio lavoro e della propria fatica. Questo, da solo, basta a spiegare perché Bossi meriti rispetto.

Certo, il rispetto non esclude la riflessione. Perché quell’intuizione - potente e in parte anticipatrice - è stata spesso tradotta in chiave divisiva, in una contrapposizione che rischiava di semplificare una realtà più complessa. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questo. Bossi aveva colto prima di molti altri una frattura: il ritorno dei territori come soggetti politici e culturali.

E oggi, in un mondo che sembra ripiegarsi dopo decenni di globalizzazione, quelle stesse domande tornano: chi siamo, dove apparteniamo, come tenere insieme radici e apertura? Non sono nostalgie, ma interrogativi vivi, che chiedono risposte più mature.

Qui, però, emerge anche il nostro limite, soprattutto per il Mezzogiorno. Se il Nord ha espresso - anche in forme discutibili - un forte richiamo identitario, noi abbiamo vissuto una mancanza speculare. Pure avendo avuto un «pensiero meridiano», una riflessione profonda sul senso dei luoghi, del tempo e della comunità, non siamo riusciti a tradurla in forza politica e coscienza collettiva diffusa.

Il nostro problema non è stato l’eccesso di identità, ma la sua debolezza. Il Risorgimento, passaggio decisivo, ci ha visto più subire che guidare. Francesco II di Borbone non seppe interpretare quel momento, e così siamo entrati nella modernità senza averla davvero governata. Da lì nasce una fragilità che ancora oggi si avverte.

Per questo la lezione di Bossi, se vogliamo trarne una, non è da imitare ma da comprendere. Non abbiamo bisogno di costruire identità contro qualcuno, ma di ritrovare una nostra centralità culturale e storica. Recuperare il valore dei territori non significa chiudersi, ma ritrovare misura, dare peso alle comunità, al tempo vissuto, alla qualità della vita.

Ricordare Bossi oggi può servire proprio a questo: riconoscere che aveva visto una crepa nel nostro tempo, e che quella crepa riguarda tutti, anche noi. La differenza è che altri hanno provato - nel bene e nel male - a darle una forma, mentre noi spesso l’abbiamo ignorata. Sta a noi decidere come attraversarla. Con meno contrapposizione e più consapevolezza. Con meno slogan e più pensiero.

E soprattutto, con la capacità di riconoscerci - finalmente - dentro una storia che non sia solo subita, ma interpretata.

Senza dimenticare che, al di là delle differenze, siamo parte della stessa comunità nazionale, che ha bisogno non di nuove fratture, ma di un equilibrio più maturo tra identità e unità.

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