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L'analisi

«Ma nel post-elezioni il Mezzogiorno cerca la pari dignità»

Elezioni politiche

Si va alle urne il 25 settembre dalle 7 alle 23

Non serve un indovino per capire cosa si aspetta il Sud da queste elezioni.

23 Settembre 2022

Lino Patruno

Non serve un indovino per capire cosa si aspetta il Sud da queste elezioni. Si aspetta che finalmente sia applicata la Costituzione italiana nei suoi confronti, a 75 anni dalla promulgazione. Tutti i cittadini hanno pari dignità davanti alla legge. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano l’eguaglianza dei cittadini, ne impediscono il pieno sviluppo e la partecipazione come lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro. Articoli 3 e 5.

Questi articoli sono clamorosamente violati verso il Sud. Mancano al Sud tre milioni di posti di lavoro non per la piena occupazione ma solo per decenti condizioni economiche. I cittadini del Sud non hanno piena dignità davanti alla legge perché nascere al Sud significa non avere gli stessi diritti di cittadinanza di chi nasce in altre parti del Paese. La Repubblica non ha mai rimosso gli ostacoli perché i meridionali non fossero diversamente italiani. Vuole un nuovo governo violare la stessa Costituzione italiana come hanno fatto i precedenti? Vuole essere anticostituzionale come i precedenti?

Il Sud non ha pari dignità soprattutto davanti alla legge sul federalismo fiscale (2001) e successiva integrazione (2009). Quella in base alla quale avrebbero dovuto essere calcolati i suoi bisogni essenziali in quelle 23 funzioni statali che non solo incidono sulla qualità della vita ma la rendono addirittura possibile. Sanità, scuola, trasporti, assistenza ad anziani e disabili, ambiente e il resto. Quella legge in base alla quale avrebbe dovuto essere realizzata anche la perequazione infrastrutturale materiale (strade, autostrade, treni, porti, aeroporti), economico-sociale (ospedali, università, asili nido, banche), immateriale (formazione, lotta alla povertà).

Lontana l’idea che dovesse e debba spettare tutto allo Stato. Ma legittima l’idea che lo Stato non dovesse allevare figli e figliastri. E questo visto che, per ammissione dei suoi stessi conti pubblici, ogni anno spende per ogni cittadino centro-settentrionale 3671 euro in più rispetto a ogni meridionale. Più che rimuovere gli ostacoli per la pari dignità, ogni anno lo Stato li accresce verso la dignità degli uni e l’indegnità degli altri. E il calcolo dei bisogni essenziali del Sud gli consentirebbe di non aggravare questa indegnità. E di non continuare con una spesa storica che storicamente avvantaggia il Centro Nord rispetto al Sud. Con una giustificazione che è da «Guiness dei primati»: così ho sempre fatto e così continuo a fare.

Se così non fosse, il Sud avrebbe tutte le possibilità di fare da sé. Ma così essendo, mancano al Sud gran parte delle condizioni concesse agli altri. Un Sud sempre ad handicap: in termini calcistici, come partire sempre da 0 a 2. Ma Sud nonostante tutto capace di tanto da avere imprese e protagonisti di altissimo e sorprendente livello. Così da poter giustamente dire che bisognerebbe imparare dal Sud come si possa fare il più col meno. Così da poter giustamente dire che ci vuole più Sud e non meno Sud in Italia. Così da poter giustamente dire che un Sud in condizioni di sviluppo pari sarebbe la soluzione del problema dell’Italia, il cui problema è uno sviluppo sempre al di sotto del resto d’Europa.

Ma la violazione della Costituzione da parte dell’Italia ora rischia di assumere condizioni di specializzazione. Con l’autonomia differenziata che tutti i partiti vorrebbero concedere alle tre regioni già più ricche del Paese. Attribuire loro le funzioni amministrative ora svolte dallo Stato. Il che, anche se lo Stato dicesse «tanto spendo io e tanto do a te», cosa significherebbe? Sancire per sempre una ingiustizia verso il Sud. Perché ciò che spende per loro lo Stato è appunto quella spesa storica che danneggia il Sud. Allora prima il calcolo dei bisogni del Sud (i Lep, livelli essenziali di prestazione) poi l’autonomia.

Siccome però non c’è mai limite al peggio, il peggio sono i fondi del Pnrr, l’aiuto dell’Europa post-pandemia. Riconosciuti al Sud con un 40 per cento che avrebbe dovuto essere il 65. Ma ora sotto minaccia di revisione. Il che, italianamente parlando, significa solo una cosa: diamo meno al Sud.

Violazione di Costituzione. Violazioni di leggi. Nuova legge dannosa. Ricalcolo senza giustizia di quanto già concesso con poca giustizia. Da queste elezioni il Sud si aspetta il contrario. Si aspetta, ribollendo.

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