Martedì 27 Settembre 2022 | 00:08

In Puglia e Basilicata

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il commento

La forza del rito nel funerale di queen Elizabeth

La Regina Elisabetta II tra «Passato e presente» raccontata da Paolo Mieli

L’epilogo di una vita che diventa l’apoteosi di una sovrana

19 Settembre 2022

Gino dato

Più di 4 miliardi di persone incollate in mondovisione. 24 ore in fila d’attesa per salutare il feretro. L’epilogo di una vita che diventa l’apoteosi di una sovrana. A quali forze attribuire la profonda attrazione e commozione che suscita lo spettacolo universale per gli onori riservati alla regina dei due secoli? Perché la sequenza di cerimonie, il treno di lacrime e commenti, la sfilata dei grandi e umili della terra hanno catalizzato e monopolizzato l’attenzione mondiale e suscitato la commozione collettiva e individuale? Perché Elisabetta è stata grande tra i grandi della Terra? Perché ha saputo centellinare con sapienza e quasi all’eternità la sua simpatia e la sua tenacia? Perché ha tenuto insieme dinastia e famiglia, domando i vizi e le virtù di parenti e personaggi molto discussi? Perché nel suo destino riconosciamo l’esito comune degli umani di fronte alla forza livellatrice della Signora di tutti?

La risposta potrebbe essere questa: l’attrazione magnetica scaturisce dalla forza del rito. Sul palcoscenico del mondo va in scena appunto un rito e un rituale che è insieme di gioia e di dolore. Un rito e un rituale hanno una potenza di coesione in primis profondamente religiosa, che raccoglie l’insieme di norme prestabilite e vincolanti che regolano lo svolgimento di una azione sacrale, come possono essere una nascita, una morte, una investitura, una cerimonia. Ma allo stesso tempo il simbolismo del rigido protocollo, le lunghe cerimonie hanno un valore e una pregnanza fortemente laici e civili, in quanto scandiscono l’apoteosi di una donna, ma allo stesso tempo il suo culto e l’onore per una famiglia, una comunità, un Paese.
Siamo incantati e sedotti dallo schermo perché, al di là del senso religioso, il lento scandire degli eventi puntella il senso di una collettività, le offre la forza per riconoscersi e sentirsi unificata, favorisce la solidarietà.

In una età liquida, sappiamo che la tendenza è quella a «deritualizzare» ogni personaggio, a svilire ogni vita e gesto, anche quando si ha una statura da gigante, ogni evento, anche quando contiene una scheggia di immortalità. Abbiamo perciò bisogno di riti, un bene del corredo antropologico di un popolo o di una civiltà, un bene assai prezioso e insostituibile.
Ecco, i funerali di Elisabetta e il cerimoniale di molti giorni scanditi da un rigido protocollo che si rinnova e va ripetuto, offrono la sicurezza di rigide norme per cementare i sentimenti di un popolo.

Tutto si muove nel cordoglio e nel dolore composti, nella sintonia e resipiscenza dei componenti riottosi della Royal Family e di un re Carlo che rassicura e dichiara pubblicamente a più riprese la continuità di una linea. Fa sorridere, e ci conferma nello scostamento da un rito, l’incidente delle penne: il finalmente re ha arricciato il naso, di stilografica aveva la sua… ma non era quella del rituale. Chissà se re Carlo, in quel momento, non ha ricordato la lezione di un grande scrittore come Antoine de Saint-Exupéry, che in un dialogo da Il piccolo principe riserva alcune battute fulminanti alla forza delle consuetudini:
«Ci vogliono i riti!», disse la volpe. «Che cos’è un rito?», chiese il piccolo principe. «Anche questa è una cosa da tempo dimenticata» rispose la volpe. «È quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi, i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza». Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

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