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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Andare «oltre Eboli» significa varcare la frontiera per il futuro

Andare «oltre Eboli» significa varcare la frontiera per il futuro

02 Luglio 2022

Giuseppe Lupo

Di fronte al protrarsi di una situazione d’emergenza esistono due strade da percorrere. La prima obbliga a condurre una severa ricognizione sul presente, da cui non ci si può sottrarre senza aver sperimentato la liturgia delle cause, la ricerca delle responsabilità e degli eventuali sbagli commessi. L’altra, probabilmente più necessaria, è quella che induce a ripensare strategicamente il tempo che stiamo vivendo alla luce di un paragone con gli anni del secondo dopoguerra. In maniera del tutto speculare con la situazione di allora, infatti, lavoriamo con trepidazione alla ricostruzione economica del Paese, ci auguriamo avvenga nel più breve tempo possibile e guardiamo agli aiuti che stavolta arriveranno dall’Europa (e non dagli Stati Uniti) come a un secondo piano Marshall.

Osservandola da questo punto di vista, la strada appare spianata e di non difficile percorrenza. Il problema sorge quando ci rendiamo conto che non possiamo costruire il domani senza confrontarci con quel sentimento della fine che da un paio d’anni tiene tutti sotto scacco (ma di questo sentimento della fine si cominciava a parlare già all’indomani della caduta del Muro di Berlino) e rappresenta l’unico, importante appuntamento con la Storia, negli stessi termini e modalità in cui si era manifestato nello scorso secolo, al termine degli anni Quaranta. Anche allora, nonostante il desiderio di ripartire, il dibattito oscillava tra la consapevolezza di un mondo giunto al capolinea (l’epoca del premoderno che coincideva con la civiltà contadina) e le attese problematiche di una corsa verso il progresso, che tuttavia conteneva le sue riserve, le sue incertezze. Ce lo testimoniano alcuni brevi interventi di Ernesto De Martino, radunati sotto il titolo di Oltre Eboli. Tre saggi (a cura di Stefano De Matteis, e/o, p. 112, euro 8), usciti nella preziosa collana Piccola Biblioteca Morale, diretta da Goffredo Fofi. «Il mondo che non deve finire» - leggiamo in uno di essi - «uscirà vittorioso dalla ricorrente tentazione del mondo che può finire, e la fine di un mondo non significherà la fine del mondo, ma, semplicemente, il mondo di domani».

La mano che redige queste parole è quanto di più distante dal profilo oleografico dell’etnografo che si accingeva a visitare il Mezzogiorno delle aree interne, restituendolo alla nozione di mito subalterno. Piuttosto è il punto di vista di chi osserva una frattura inevitabile che determina un atteggiamento di rottura con ciò che sta prima e che i fatti storici costringono a superare per sempre. Oltrepassare la frontiera di Eboli, come sta a indicare il titolo, assumeva il significato di una discontinuità, ma non era un grido di allarme, semmai un progetto di rinascita, un credere cioè che le epifanie apocalittiche fossero da intendere sotto forma di risorsa anziché annuncio di catastrofe.

Anche su questo possiamo riscontrare situazioni in parallelo con la realtà con cui ci confrontiamo ogni giorno, non tanto e non solo per la sensazione di avere anche noi varcato un punto di non ritorno, ma per la percezione di essere saldamente approdati in quel territorio postumo, la cui definizione ancora ci sfugge, ma che abbiamo l’obbligo di disegnare. La dimensione apocalittica resterebbe insomma una sterile tragedia se non aprisse, in chiave morale, la prospettiva di una rivelazione. Qui ora entra in gioco un elemento che potrebbe determinare il tanto invocato paradigma del cambiamento, una sorta di riscrittura di quelle regole su cui pianificare la ripresa senza incorrere negli errori che hanno condotto le società più progredite a collassare dinanzi alla pandemia.

In soccorso giunge un libro di Vito Teti: Nostalgia. Antropologia di un sentimento del presente (Marietti 1820, p. 296, euro 20). A dispetto di una tradizione occidentale che assegna all’antico nòstos un significato malinconico, una sorta di reazione al nuovo, la nostalgia potrebbe rappresentare invece un antidoto della fine proprio perché si colloca a metà strada tra acquisizione del disastro e tensione costruttiva, scommettendo la sua credibilità non quando interpreta se stessa quale «lacrimevole archeologia dell’abbandono» - scrive Teti -, ma quando reagisce alla tirannia del presente trasformandosi in una vera e propria matrice utopica. Nostalgia, dunque, non come sguardo arcadico, ma rammarico per un’idea di sviluppo soffocata. Può suonare davvero strana un’affermazione simile, eppure si tratta di un principio che veniva enunciato una quarantina d’anni fa da Mircea Eliade e che Teti fa suo ricordando come le società premoderne non avessero alcun passato da rimpiangere, soltanto futuro da attendere.

È stata la modernità a far insorgere in Ulisse il male che lo affligge, a costringerne tanto il ritorno in patria quanto il sogno di riprendere il viaggio, dopo essersi riappropriato di Itaca. E noi che, prima della pandemia, avevamo cancellato la nozione di futuro dal nostro vocabolario in nome di quel che Teti definisce «tirannia del presente» o «mitologia della gioventù perenne», siamo costretti oggi a reagire all’immanenza, a riguadagnare il valore della progettualità, a «ritrovare il tempo» - scrive Marc Augé - «per credere alla Storia».

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