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IL COMMENTO

Riforma trattati Ue, perché 13 Paesi su 27 oggi sono contrari

Riforma trattati Ue, perché 13 Paesi su 27 oggi sono contrari

Gli Stati membri disponibili dovrebbero cominciare a pensare alla creazione di una forma d’integrazione di ispirazione federalista

13 Maggio 2022

Ennio Triggiani

Per ora siamo 14 a 13. Non si tratta del risultato di un incontro sportivo ma della situazione evidenziata dall’orientamento (minoritario) espresso in un documento da alcuni Stati membri (quelli dell’Est più Danimarca, Malta e Svezia) che, al termine della Conferenza sul futuro dell’Europa, si sono dichiarati contrari ad aprire il processo di revisione del Trattato di Lisbona sull’integrazione europea. Per ora, l’avviamento di tale riforma da parte del Consiglio europeo non sembra possa essere bloccato considerato che è sufficiente la maggioranza semplice (14, appunto) per istituire l’apposita «Convenzione»: questa è un organismo composto da rappresentanti dei Parlamenti nazionali, dai Capi di Stato o di governo, del Parlamento europeo e della Commissione.

Il documento dei 13, in termini abbastanza singolari, afferma che un cambiamento dei Trattati sottrarrebbe energia alle priorità pubbliche ed alle urgenti sfide geopolitiche che l’Europa deve affrontare considerato che avremmo già un’Europa che funziona bene. In altri termini, la grande consultazione popolare aperta un anno fa sarebbe allora uno scherzo. E diventerebbero ben poco rilevanti le 49 proposte contenenti più di 300 raccomandazioni, secondo le quali l’Unione dovrebbe essenzialmente muoversi nella direzione di uno Stato federale con poteri rafforzati. A tal proposito è emersa chiara la necessità di abolire l’unanimità richiesta per le decisioni in materie importantissime quali la Politica estera e di sicurezza comune, la difesa, la politica fiscale. Bisognerebbe invece generalizzare la modalità del voto a maggioranza qualificata, che prevede l’espressione favorevole di 15 dei 27 Stati membri purché rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Unione.

È evidente che il mancato ascolto costituirebbe un vero e proprio insulto alla voce dei cittadini contribuendo ad allontanarli ulteriormente. E sarebbe violare spirito e contenuto degli artt. 10 e 11 del Trattato dell’Unione europea che pongono invece la democrazia sia rappresentativa che partecipativa a fondamento del processo di integrazione. Cogliendo l’importanza di tali istanze democratiche è quindi incoraggiante che, per la prima volta, esse siano state autorevolmente riprese ed espresse con chiarezza non solo dalla Presidente della Commissione europea ma anche da autorevoli leaders quali Draghi, Macron e Scholz.
Il potere di veto è espressione della centralità della sovranità degli Stati membri, caratteristica di una mera cooperazione intergovernativa, abbastanza giustificabile nei primi decenni dell’integrazione europea; ma esso appare molto meno comprensibile oggi in cui tale processo è divenuto sempre più approfondito, da un lato, e sempre meno gestibile, dall’altro, in funzione del notevole aumento del numero degli Stati membri (da 6 ai 27 attuali). La persistenza del veto, fra l’altro, costituisce ormai un ostacolo altissimo all’ingresso di nuovi Stati membri, portando alla ingovernabilità dell’intero sistema. Certo su tali premesse il cammino verso la riforma si preannuncia estremamente difficile tanto più che, ammessa una sua conclusione favorevole, la necessaria ratifica (parlamentare o referendaria) da parte di ciascuno degli Stati membri del relativo Accordo, pur firmato dai 27 governi, introdurrebbe uno scenario del tutto imprevedibile. Si tratta di un ulteriore potenziale «veto» rispetto all’entrata in vigore del nuovo Trattato.

Ed allora, di fronte ad un meccanismo che rende difficilissima una revisione dei Trattati, forse gli Stati membri disponibili, partendo dal nucleo di quelli che hanno fondato le iniziali Comunità europee, dovrebbero cominciare a pensare alla creazione di una forma d’integrazione più stretta di ispirazione federalista in grado di divenire autonoma protagonista delle vicende internazionali sfuggendo alla propria irrilevanza. Si tratterebbe, in altri termini, di andare al di là del Trattato di Lisbona, che rimarrebbe a regolare i rapporti con gli altri Paesi non ancora pronti a tale scelta (anche attraverso un’ipotizzabile Confederazione), per istituire un nuovo accordo finalizzato ad un ulteriore salto di qualità con il passaggio dall’attuale sistema a base pattizia alla sua vera e propria costituzionalizzazione. E nel quale i cittadini fossero in grado di capire chi decide e come, superando il meccanismo decisionale odierno complicatissimo, lento e farraginoso. Sia ben chiaro, si tratta di un passaggio politico tutt’altro che agevole. Ma di una Comunità Politica Europea parlava già nel 1952 il Trattato di Parigi che istituiva la Comunità Europea della Difesa, purtroppo non entrato in vigore. Più di allora tale esigenza, lo abbiamo verificato con la crisi pandemica e lo vediamo ancor più oggi di fronte alla guerra, appare non più rinviabile.

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