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In Puglia e Basilicata

Il commento

Doppio cognome, sì, ma pensiamo anche ai bambini

La Basilicata non è a misura di bambino: mancano gli spazi

Se il mondo avesse occhi di bambino i figli uscirebbero dall'ombra dell’incorporeità in cui sono relegati

09 Maggio 2022

Michela Labriola

La storia identitaria del figlio ha il suo baricentro non solo nella attribuzione del cognome. Il diritto minorile è, spesso, collegato ad interpretazione normativa. Nel Codice del 1942, i componenti più deboli della famiglia, donne e figli, erano assoggettati a regole patriarcali, ma nel 1948 la Costituzione introduceva, con gli articoli 2 e 3, un principio di uguaglianza attraverso la libera determinazione nella vita privata e col divieto di discriminazione tra i suoi componenti. Dopo il 1975, con la riforma sul diritto di famiglia, molte trasformazioni sociali e normative hanno consentito l’applicazione effettiva di quel principio di uguaglianza. Sui figli, nel 2006, in Italia è stato introdotto il nuovo regime di affidamento condiviso tra tutti i genitori – non più solo per i genitori coniugati – che prevedeva che il padre e la madre dovessero concordare insieme le scelte nell'interesse dei figli, recependo in pieno il principio di autodeterminazione familiare.

Cionondimeno, sino ad oggi, sul cognome del figlio non è stato applicato il binomio tra autonomia privata e condivisone genitoriale che caratterizza la dimensione delle famiglie contemporanee, ma si è attesa un’interpretazione giurisprudenziale per affermare il diritto all'emancipazione e identità. Comunque, nella nostra attuale legislazione era già presente la soluzione senza dover scomodare la Corte delle Leggi. Per chiarire, la legge prevede che i genitori, nell'interesse del minore, concordino gli indirizzi educativi del figlio nel rispetto della sua personalità, cos'altro è se non anche il diritto al nome?

La Corte costituzionale ha chiarito come, in assenza di una norma che disciplini la libertà di scelta e in presenza di una «regola» che preveda l’automatismo del cognome paterno, sia necessario riportarsi ai principi costituzionali di uguaglianza e libertà. Per chiarezza va evidenziato come non vi sia una norma nel nostro ordinamento, ad eccezione di quella sul riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio, che imponga l’attribuzione del cognome paterno, in questa particolare previsione si specifica che il figlio assuma il cognome di chi lo abbia riconosciuto per primo e, se riconosciuto da entrambi i genitori prevale il cognome paterno, se prima dalla madre il cognome paterno si aggiunge.
Allora qual è il problema? Lo sguardo degli adulti vincola il futuro dei bambini. Un afflato di cultura patriarcale ancora presente in Italia condiziona le scelte nelle famiglie e nelle istituzioni, subordinando, così, il superiore interesse del minore a tendenze utilitaristiche. L’identità del figlio scaturisce, purtroppo, anche da come e da chi si nasce. A titolo esemplificativo, si pensi come il dibattito giurisprudenziale, oltre che politico, sulla genitorialità omosessuale sia molto acceso; la particolarità della scelta generativa da parte di persone dello stesso sesso viene additata, da alcuni, come un desiderio egoistico di genitorialità che, col tempo, si teme possa rappresentare un pregiudizio per il figlio. Di conseguenza, la giurisprudenza ha operato dei distinguo e, in ragione del tipo di fecondazione effettuata dalla coppia, eterologa o maternità surrogata, il figlio è dichiarato adottato (con la così detta adozione in casi particolari, quindi non piena), legittimo, e, in non pochi casi, non autorizzato il riconoscimento da parte del genitore non biologico. Che convinca o meno la scelta della fecondazione assistita, dietro questi problemi di bioetica c’è un figlio che ha diritto all'identità personale.

Non v’è dubbio come anche le controversie sul diritto al cognome materno siano legate a scelte etiche e politiche. Se il mondo avesse occhi di bambino i figli uscirebbero dall'ombra dell’incorporeità in cui sono relegati. Molte soluzioni si palesano possibili nel bilanciamento tra il diritto e la vita vissuta, tuttavia, la tendenza degli Stati occidentali è quella di inondare l’infanzia di iper-protezione normativa, la predisposizione dei genitori è quella dell'iper-cura, però manca un reale ascolto dei bisogni del minore, per l’incapacità diffusa, a vari livelli, di immedesimarsi negli altri fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo. Prima delle leggi è il nostro approccio più sereno e meno condizionato verso il mondo dei bambini che va riformato.

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