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«È Lecce», la mostra fotografica della Gazzetta si chiude con oltre 2mila spettatori

«È Lecce», la mostra fotografica della Gazzetta si chiude con oltre 2mila spettatori

«È Lecce», la mostra fotografica della Gazzetta si chiude con oltre 2mila spettatori

 
biagio marzo

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biagio marzo

«È Lecce», la mostra fotografica della Gazzetta si chiude con oltre 2mila spettatori

Al centro degli incontri l’anima sociale smarrita: la capitale del Salento non può vivere di solo turismo

Lunedì 16 Giugno 2025, 10:05

Si è conclusa ieri, con oltre 2000 visitatori, la mostra fotografica organizzata dalla Gazzetta del Mezzogiorno a San Francesco della Scarpa nell’ambito dell’iniziativa denominata «È Lecce».

Lecce ha perso la sua anima sociale. I suoi vicoli, un tempo animati da artigiani, famiglie, mestieri antichi, oggi risuonano vuoti. I residenti hanno lasciato il centro storico per i nuovi quartieri; al loro posto, una selva di B&B, pub, ristoranti. L'economia del vicolo — fatta di botteghe e creatività manuale — è stata sostituita da un turismo veloce, da weekend. Eppure Lecce, con le parole di Vittorio Bodini, resta: “Biancamento d'orato”, popolata da “angeli dalle dolci mammelle, guerrieri saraceni e asini dotti con ricche gorgiere”. È la capitale simbolica del Salento, custode della romanità e dello stile barocco, sbocciato con la dominazione spagnola tra il XVI e il XVIII secolo. Guido Piovene, nel suo “Viaggio in Italia”, la definisce una “Firenze delle Puglie”, raffinata, aristocratica, colta. “Lecce è l'antitesi di Bari”, scrisse, “più vicina per temperamento a Vicenza o Bergamo”. Ma oggi quella gentilezza ironica e quel distacco intellettuale sembrano sbiaditi. Resistono solo pochi cartapestai, ultimi presidi di una tradizione che rischia l'estinzione. I maestri del ferro battuto sono ormai un ricordo. Non è questione di colpe politiche: è un fenomeno comune a molte città d'arte, fagocitate dal turismo.

Ma Lecce - come emerso dai talk organizzati dalla Gazzetta - non può vivere di solo turismo. Servire un nuovo equilibrio tra accoglienza e produzione culturale. Servono rassegne letterarie, festival di cinema, mostre d'arte, sculture urbane, occasioni per riscoprire i genius loci. Servono idee, non solo vetrine. Intanto, la città è un cantiere. Quando i lavori pubblici e privati saranno completati, Lecce sarà più ordinata, più decorosa. Si costruisce sul costruito, senza consumare nuovo suolo: un segnale positivo. Ben governata, Lecce potrà diventare un mosaico armonioso, dove la bellezza del barocco convive con la modernità dei nuovi quartieri. Ma resta un nodo irrisolto: l'università. Da decenni vive isolata, autoreferenziale, lontana dal cuore della città. Va ricucito il rapporto, serve un ponte — fisico e culturale — perché l'università diventi parte viva della comunità. E poi c'è il mare, troppo spesso dimenticato. Lecce è città di mare, con 22 chilometri di costa sull'Adriatico: un tratto bellissimo, fragile, in parte devastato dall'abusivismo.

È tempo di riconoscerne il valore ambientale, paesaggistico, storico. La costa deve essere difesa e integrata con la città, dotata di infrastrutture, collegamenti rapidi, spazi pubblici. Deve diventare risorsa collettiva, leva di economia sostenibile, elemento centrale della nuova identità leccese. Il mare non è solo una cartolina: può essere il futuro. Lecce ha tutto. Ma se non si ricompone il suo spirito, rischiando di restare per davvero solo bella senza anima.

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