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Era stato travolto da una forma di innamoramento sconfinato ed ora non sapeva arrendersi ad una realtà tanto crudele. Non si era trattato di una passione fugace. No, anzi, durava fin da quando era bambino.
Quella sua storia d'amore era legata ad una creatura capace di attraversare il tempo, di regalare frammenti di pace e di godimento nel caos quotidiano, di dissolvere nel verde argentato della chioma tutti i guai e gli schianti che Matteo aveva incontrato lungo i sentieri della vita. Intendiamoci, non era l’ulivo più longevo e maestoso dei dintorni l’ oggetto del suo sentimento: era invece un esemplare poco appariscente, ma unico e riconoscibile fin da lontano, nato quasi sul bordo di una strada a serpentina, custode paziente di un mondo incantato. Certo, la Piana degli Ulivi monumentali intorno a Monopoli era costellata di piante gigantesche e spettacolari, contorte dal tempo e scolpite da irriducibili venti di maestrale. Matteo invece stravedeva per quell’albero lì fin da quando, ragazzino, era diventato il suo beniamino proprio perché non si dava troppe arie: gli sembrava di poterlo abbracciare con più facilità, di dialogare a tu per tu con lui e di rannicchiarsi nella sua ombra, fantasticando di trovarsi in un paese di sogno.
La storia di quel mite Patriarca, Gigantello lo aveva chiamato, si era intrecciata a quella della sua famiglia e si perdeva nella notte dei tempi. Ma ora si era ammalato, forse di una grave malattia, o forse di un banale disseccamento, ancora non era chiaro, e bisognava salvarlo a tutti i costi. Con l’aiuto dell'Osservatorio regionale, Matteo le stava tentando tutte, le cure di rigenerazione del suo uliveto per scongiurare l'abbattimento anche di una sola pianta. Avrebbe fatto un patto col diavolo se solo avesse trovato, da navigato cybernauta, una connessione veloce con qualche benevolo demone tutelare.
Avvertiva forte la responsabilità di salvare un patrimonio culturale immenso, così come suo nonno e suo padre glielo avevano consegnato. Ebbe d'un tratto la sensazione che tutto il vecchio mondo si stesse risvegliando alla sua mente. Srotolò all'indietro la mappa della sua vita e si rivide decenne, timido, le mani sempre ficcate nelle tasche dei pantaloni corti. Di rare parole, gli occhi parlavano per lui, e così non poteva far altro che considerare impiccione chiunque si cimentasse a decifrare i suoi pensieri. Suo nonno olivicoltore, muscoli d'acciaio e baffi risorgimentali, era fra questi. Ma lo adorava perché lo portava spesso con sé all'uliveto da quando aveva comprato una Fiat 127 a 5 porte dove ammonticchiava i suoi attrezzi agricoli, lasciando sempre una nicchia per quel gagliardo nipote, suo omonimo nel nome e nel cognome. E lui vi si accucciava felice, come un evaso nel più sicuro dei nascondigli, sbatacchiato avanti e indietro dalle ripetute frenate dell'uomo, un vero maestro nell'arte di inchiodare il piede sul freno anche quando non ve n'era bisogno. Ma poi il meraviglioso panorama dell'uliveto, con il mare all'orizzonte, si avvicinava per lenti gradi: non appena l’auto lasciava la statale 16 per imboccare la provinciale dei trulli, “Matteo piccolo" veniva preso da una incontenibile eccitazione e si preparava a sgattaiolare fuori dalla sua tana. Per un po' si lasciava incantare dalle pratiche agricole del nonno e dalla delicatezza con la quale accarezzava quelle silenziose statue arboree. Lo spiava soprattutto quando lavorava di forbici per ridisegnare le loro chiome ponderando i tagli da fare affinché l'aria, la luce e perfino gli uccelli potessero passarci dentro. Gli sembrava che i «giganti» ringraziassero quel coltivatore di magie, pur tra i gemiti e i sussulti dovuti alle ferite della potatura. Vagabondava poi in lungo e in largo tastando il terreno calcareo e si fermava davanti ad ogni tronco. Già, i tronchi. Matteo si era intimamente legato a quei tronchi e si vedeva: li conosceva uno ad uno, una galleria di creature incredibili.
- Ogni tronco è diverso dall'altro- gli aveva detto un giorno il nonno, quasi a volere spalancare gli occhi, ancora inesperti, del ragazzo. E aveva proseguito: -Se apriamo anche gli «occhi della mente», vediamo che un ramo è diverso dall’altro, una sfumatura di verde dall’altra, e che, in tutta questa moltitudine di foglie, non ve ne sono due identiche tra loro…
L'incantesimo era compiuto: sedotto da quegli alberi, il ragazzo si affacciava all'ingresso di un teatro fantastico. Nessun particolare gioco per fantasie strampalate andava in scena, no. Solo il divertimento di vedere, in quello che c'era, anche qualcosa che non c'era. Un po' come faceva quell'ingegno bambino di Leonardo che si lasciava ispirare dalle macchie sui muri, dalle forme delle nuvole, dagli accumuli di sabbia, mentre la sua immaginazione partiva a mille. E Matteo, nei tronchi degli ulivi, vedeva scolpiti volti, figure, animali e con essi dialogava. Un guazzabuglio di immagini gli si piantava davanti agli occhi sopraffatti dalle stravaganze della natura.
Molti anni erano passati, ma i ricordi di quei giorni, mai. E così Matteo aveva saputo trasmettere lo stesso amore per gli ulivi ai suoi due figli, Giulia e Antonio. Chiassosi e martellanti, gli ineffabili duetti dei due ragazzi sapevano affondare nel sottosuolo dell’anima le virtù di sorellanza e fratellanza di francescana memoria. Ma c'era un momento che li metteva subito d'accordo, anzi scatenava insospettate tendenze simbiotiche: quando papà Matteo pronunciava la fatidica frase «È il momento di andare all'uliveto, chi vuol venire con me?», e il gioco era fatto. Salti, baci e abbracci appiccicosi più della colla venivano dispensati senza riserbo. In realtà anche mamma Francesca faceva salti di gioia -solo metaforici per carità- all'idea di liberarsi per qualche ora da quelle due pesti e dal loro ricco repertorio di peripezie, così eccentriche che governarle appariva la cosa più difficile del mondo.
Partivano spensierati. E si ritrovavano al cospetto del loro grandepiccolo sacerdote, Gigantello, in una cattedrale naturale che, nella sua solennità, generava una sorta di metamorfosi nei due ragazzi, che diventavano irriconoscibili perfino al padre, sì, insomma, due esseri insolitamente placidi e meditabondi.
Finché arrivarono i giorni dello sconforto. Un destino incrociato si preparava a sottoporre Matteo a grandi prove, bersagliando insieme la sua famiglia e l’uliveto, e annodando i fili di due emergenze sconcertanti: la pandemia da covid e l’epidemia da xylella, in grado di sfigurare anche gli ulivi più antichi e nobili.
La scoperta dell' inspiegabile disseccamento del Gigantello fu fatta da lui stesso all'inizio di maggio, quando, attenuate le regole dell'odiato confinamento in casa, prese a fare ritorno all’uliveto. Poco prima del lockdown, aveva fatto eseguire la potatura dal conduttore del suo uliveto ma nulla faceva presagire quell’infausto epilogo. Con il sole primaverile già caldo, ricominciò a portare Antonio e Giulia con sé. A loro non importava nulla delle tecniche agricole in campo. Volevano solo salvare il loro amico Gigantello e lo facevano a modo loro, lo rincuoravano abbracciandolo e accarezzandolo, incuranti di quelle ruvidità sulla loro pelle. Non lo lasciavano mai senza il calore delle loro mani: se uno si allontanava per un po', l'altra arrivava consolante.
Giulia aveva preso a disegnare a carboncino quell'albero spaccato a metà: una parte sana e una parte secca e malata, ognuna distinta dall'altra eppure tra loro così intimamente fuse. Antonio gli faceva onore con il suo nuovo smartphone, scrutandolo, fotografando ogni minimo cambiamento e mostrando a chi poteva quelle foto in alta definizione, sì proprio in 300 dpi, diceva quel novello Man Ray della fotografia contemporanea. Tutti i giorni fratello e sorella ci provavano, a svegliare Gigantello da quell'incantesimo che lo aveva addormentato e reso sofferente. Il padre li lasciava fare. Finché, il primo giorno di giugno, un urlo attraversò il silenzio del tramonto:
-Ehi, venite a vedere!- strillò Antonio, che non mancava mai di spiare la ripresa di Gigantello. -Venite, ci sono dei fiori bianchi, riesco a vederli benissimo, anche quelli in alto lassù.
-Ah, sìsì, è vero…- sussurrò gelida Giulia avvicinandosi, delusa di non essere stata la prima a scoprire l’atteso evento. Ma quel raggio di bellezza che le aveva illuminato il volto tradiva la sua incommensurabile felicità.
-Eccoli, i miei due angeli che hanno compiuto il miracolo!- Incalzò papà Matteo baciandoli. Era evidente che stava bluffando, aveva già scoperto le gemme da alcuni giorni ma aveva mantenuto il segreto lasciando ai due ragazzi la gioia della scoperta.
-È guarito perché lo avete amato come uno di famiglia- aggiunse subito. -Anzi, di più: due fratelli possono anche spintonarsi e baruffare. Questo ulivo, in attesa di rinascere, esigeva rispetto e amore. E voi glieli avete dati. Ma, credetemi, un po' è stato aiutato anche dagli altri ulivi, che gli hanno saputo parlare e sostenerlo!
Antica saggezza, quella di Matteo, o rivoluzionaria intuizione che guarda alle piante come esseri intelligenti e senzienti? Esseri che combattono soffrono memorizzano comunicano competono e poi si aiutano come i componenti di una vera comunità… Chissà. Ci è dato solo sapere che la gioia della ripartenza intrecciava ancora una volta la vita di quella famiglia appena uscita dalla pandemia alla vita dell’ ulivo appena guarito.
Una gioia destinata a durare poco, però. Una sera di metà giugno, Matteo si preparava per andare a letto. I suoi due figli dormivano da un pezzo. Squillò il telefono, un numero sconosciuto. «Chi sarà? Cosa può essere successo? A quest’ora, poi…». Una voce anonima, metallica, gli chiese di recarsi senza indugio presso l’uliveto. Era la polizia. Matteo si precipitò per la solita strada e in un baleno arrivò a destinazione. Lugubre quella notte di novilunio, solo poche stelle appese al cielo. Lasciata l’auto, spenti i fari, udiva il tremito degli alberi e vaghe voci concitate in lontananza. Un centinaio di metri più avanti, i lampeggianti di un’ auto della polizia stradale ed una camionetta dei vigili del fuoco. Più in disparte, due uomini e una donna confabulavano sommessi guardandosi intorno. Raccolse tutte le forze che poteva e si diresse verso il poliziotto.
-Cosa è successo?- chiese con voce lenta, roca, cercando qualche indizio utile a capire.
-Si presenti per favore- gli disse l’ agente accogliendolo con formale cortesia.
-Sono il proprietario di quest’ uliveto- dichiarò Matteo abbracciando con lo sguardo tutti gli ulivi, guardandoli ad uno ad uno. L’odore di terra umida gli martoriava le narici. D'un tratto si lasciò cadere affranto, i suoi occhi facevano la spola tra un ammasso di lamiere contorte e l’ulivo, sì, proprio Gigantello, sdraiato su un fianco, abbattuto dalla violenza dell’ urto.
-Non ce l’hanno fatta,… entrambi,… - mormorò con un filo di voce.
-Il giovane che ha sbandato con l' auto è stato portato via dall' ambulanza. Per lui non c'è stato nulla da fare. Per quanto riguarda quell’albero, beh, in fondo non è niente…
Matteo lo guardò, quasi annuendo, con un mesto sorriso tra le lacrime che, inarrestabili, cominciavano a fluire. Rimase lì seduto per ore, non si sa quante; accarezzò l'albero ancora gemente e le lamiere contorte tante volte, non si sa quante. Svegliandosi dal torpore udì qualcosa a cui non aveva mai prestato attenzione prima. L'aria nuda portava l’orrido sibilo delle auto che sfrecciavano veloci sulla statale e che, a tratti, deviavano sulla curva della provinciale con grande stridio di freni e abbaglio di fari.
Senza il piccolo gigante a fare da custode, gli era difficile accettare quella realtà assordante che gli perforava l'anima.

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