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In prima linea, come se fosse il primo giorno. Fra campi in terra battuta e platee da sogno. Un matrimonio festeggerebbe le nozze di zaffiro. «Resistiamo», dice sornione Pantaleo Corvino, l'architetto del Lecce delle meraviglie. Del Lecce che sogna, viaggia a mille all'ora sotto la mano sicura di Eugenio Corini, un tecnico bravo, giovane e rimesso in circuito dall'occhio lungo dell'attuale responsabile dell'area tecnica giallorossa. Direttore sportivo da una vita, vita da direttore sportivo. Colpi, delusioni, vittorie, sconfitte, liti, affari. Inutile stare a ricostruire la lunga rete di gioielli pescati e portati soprattutto in Salento, a cavallo della prima esperienza.

Dalla Terza categoria di Vernole alla Champions con la Fiorentina, a un Lecce che accarezza con «distacco» il ritorno in Serie A. Tutte le strade portano a Pantaleo Corvino.
«Avevo 25 anni quando ho cominciato la carriera da dirigente, dopo aver lasciato sia l'aeronautica che il calcio giocato per motivi personali, mio padre si ammalò. Così ho provato a fare fuori dal campo ciò che invece avrei voluto fare in campo. Partendo da Vernole e dal Vernole, il mio paese, la mia prima squadra in Terza categoria».

Sono trascorsi oltre 45 anni. Ricorda ancora il primo calciatore acquistato?
«Le faccio i complimenti».

Perché?
«Mai nessuno, dico nessuno, in tanti anni mi aveva posto questa domanda. Mi fa piacere e mi fa veramente emozionare. Il mio primo acquisto fu Pino Montinaro, lo comprai dal Monteroni, in Prima categoria. All'epoca, fra i dilettanti, fece scalpore: il Vernole si era aggiudicato un calciatore di Prima categoria. Era una punta. Fortissimo, potenzialità straordinarie, ma sfortunatissimo. La vita non gli ha riservato grandi gioie, è morto prematuramente».

Quanto costò quel colpo?
«Il mio primo investimento costò 500 mila lire. Lo rivendemmo a 2 milioni e mezzo più tre giocatori. Al Calimera».

Già all'epoca faceva plusvalenze...
«Succede...».

Senta, chi fu invece il suo primo presidente?
«Luigi Turco, un imprenditore emigrato in Francia. Tornò in Salento con la passione del calcio e divenne presidente del Vernole».

Dalla Terza categoria alla Champions con la Fiorentina. Non si può dire che di gavetta non ne abbia fatta.
«Lecce era il sogno di una vita, per un salentino. Ho fatto tutta la trafila, passando per Casarano e vincendo pure lì. Dopo Lecce, la Champions con i viola. Un percorso lungo e che mi ha portato a raggiungere quasi il top. Ecco, mi manca lo scudetto».

Intanto, magari, la Serie A con il Lecce. Cosa vuol dire, a questo punto del campionato, il secondo posto?
«Che siamo sulla strada giusta, che le nostre idee non sono malaccio. Non si molla di un centimetro. In questo lungo sprint, bisogna migliorare i difetti e esaltare le cose buone».

C'è una partita che rimbalza spesso fra i suoi ricordi?
«Ce ne sono tre. Quella negativa è la partita in Germania contro il Bayern, ero alla Fiorentina. Un gol in fuorigioco ci negò i quarti di finale. Avevamo vinto il girone contro Liverpool e Lione... Due le sfide positive che non dimenticherò mai e c'è sempre la Juve di mezzo. La vittoria del Lecce a Torino per 4-3 e quella della Fiorentina sempre in casa bianconera a distanza di 20 anni dall'ultima volta».

C'è un giocatore al quale è particolarmente legato?
«Non uno soltanto. Miccoli, per la mia esperienza a Casarano; Chevanton quando ero a Lecce: avevamo venduto Lucarelli e scommettemmo sull'uruguaiano, ricordo ancora le critiche dell'estate... Poi direi Toni, a Firenze».

Si dice che lei sia un mago nell'individuare talenti in giro per il mondo. Le piace questa definizione?
«No, non mi sento un mago. C'è una linea sottile, fra il saper vedere e il saper intravvedere. La differenza è questa. Certo, è più facile vedere. Io mi reputo fortunato a saper intravvedere. Ognuno, poi, ha i suoi parametri di valutazione».

Da dove nasce la passione per i giovani? Lecce, tra le altre cose, è una delle poche società ad aver vinto lo scudetto Primavera.
«Per vincere bisogna saper scegliere la qualità. Ho sempre pensato che la miscela giusta sia esperienza mischiata a gioventù. Potenzialità giuste e fortuna».

Questi giocatori che ha pescato... Svedesi, danesi, polacchi. Una multinazionale che sta producendo risultati e entusiasmo.
«Siamo partiti per costruire un gruppo forte, vincente nel tempo. Spregiudicatezza nel campo e fuori. È anche giusto che una società sia patrimonializzata, possa contare su una base solida. Il mix serve per esser forte oggi e vincenti anche domani».


Il Lecce è una società molto radicata sul territorio. Quale il vantaggio di un gruppo dirigente tifoso? Quali gli svantaggi?
«Qui c'è una società straordinaria, con un senso di appartenenza incredibile. Dal presidente in poi, tutti tifosi di questo Lecce. È un club che vuole crescere e far crescere, strutture, attrezzature, uomini. Lo sforzo è questo. Ci sono le cose visibili, quelle che produce la squadra sul campo. E cose invisibili di grande valore e che contano molto. Perché fungono da supporto alla squadra, consentendole di lavorare bene».

Riproponiamo la domanda. Per la A da questo momento in poi, però, dipende da voi...
«Non ci casco... E ribadisco il concetto. Migliorare».

Quante volte guarda l'orologio durante una partita?
«L'orologio è un amico-nemico. Se il Lecce sta vincendo, lo guardo ogni secondo, sperando che il tempo passi in fretta. Se stiamo perdendo, spero che le lancette si fermino. Fortunatamente quest'anno è stato più amico che nemico. Solo quattro sconfitte. Bravi Corini e la squadra per tutto quello che stanno facendo».

Lei crede alla fortuna nel calcio?
«La fortuna? Se gira bene è meglio».

Direttore, Lei ha già vinto tre volte la B. Se la sente di sottoscrivere un patto? Se il Lecce va in A, Corvino ….
«Non ho ancora pensato a questa eventualità».

Rodriguez è destinato a giocare nel Real Madrid?
«Già ci giocava, in verità. Il nostro impegno è di farlo crescere per farlo tornare lì, anche se lui è del Lecce a tutti gli effetti. È uscito dalla finestra, vogliamo aiutarlo a rientrare dalla porta principale».

Sul mercato puoi sbagliare la moglie ma non l’attaccante. Una sua frase ormai un cult. Ecco Coda. Perché secondo lei non ha mai sfondato in A?
«Nel calcio bisogna trovare gli “amatori” giusti. Forse non lo ha trovato».

Chi vince lo scudetto?
«Credo l'Inter. Ha più fame di tutti».

La Puglia è ammassata in C. Segue il campionato?
«Certo».

Come va a finire?
«Il “mio” Lucarelli ha fatto la differenza con la Ternana. Ci mette l'anima. Le altre soffrono, ma spero che le pugliesi possano guadagnare le soddisfazioni che stanno cercando».

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