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Buongusto

Millenials? Il vino ringiovanisce

IN VIGNA - Con Antonio Gargano e con Giorgio Mercuri

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di Antonella Millarte

BUONGUSTO - Sei bicchieri di vino su 10 vengono dalle cantine cooperative. Ma, ancora troppo spesso, il valore aggiunto del vino imbottigliato vola via lontano dal luogo di produzione. Come ancorare la crescita economica a quei territori dove l’uva prospera?

La prima sfida, senz’altro vinta, è quella all’insegna di consapevolezza & orgoglio.

La maratona del vino di vite cooperativa di Milano, 48 ore glamour e con utenza di giovani e di famiglie con carrozzino, ha consacrato attraverso Vi.vite la voglia di rinnovamento che pervade il mondo cooperativo. Fra i cosiddetti millennials ci sono le nuove generazioni di enoappassionati, da coltivare con la cura che si ha in vigna: sono loro i consumatori di oggi e di domani.

Da Nord a Sud delle Puglie ecco la storia del Consorzio del Tavoliere, presieduto da Antonio Gargano, che si intreccia col Nero di Troia e con quella di aziende che fanno poche migliaia di bottiglie, una parte bio, come la De Canto di Troia che, a sua volta, utilizza imballaggi in legno made in Puglia e prodotti da un’altra cooperativa del territorio. Ogni grappolo di uva strappato all’anonimato arricchisce la Puglia.

Al centro, a Cisternino, Alma d’Itria narra anche nel nome vigneti a volte piccoli come fazzoletti, ma preziosi. In Salento, Angelo Maci guida Due Palme e porta l’orgoglio di rappresentare il Tacco d’Italia nella Top 100 del vino cooperativo del Belpaese.

Tutto il resto è un racconto da scrivere, dove va proseguito il grande lavoro fatto in campo attraverso strumenti di marketing e comunicazione – come evidenzia Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza delle Cooperative Agroalimentari. Professionisti del vino, insomma, con professionisti della comunicazione. E, così, Vi.vite è social, è giovane e continuerà a far dialogare migliaia di vignaioli delle cooperative con gli utenti del web. E nel mondo? I millennials italiani, è emerso dai dati di Vi.vite, sono più attenti ad origine e territorio, gli americani invece al brand: anche il glocal ha le sue sfumature.

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