Sabato 07 Marzo 2026 | 14:29

Sal da Vinci e Napoli tra talento e pregiudizi mediatici

Sal da Vinci e Napoli tra talento e pregiudizi mediatici

Sal da Vinci e Napoli tra talento e pregiudizi mediatici

 
Lino Patruno

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Lino Patruno

Sal da Vinci e Napoli tra talento e pregiudizi mediatici

Eppure Sal da Vinci non solo è un cantante italiano, ma addirittura ha anche la nazionalità statunitense. Ma se tu leggi di lui dopo la vittoria a Sanremo, leggerai che è un cantante napoletano...

Sabato 07 Marzo 2026, 13:00

Eppure Sal da Vinci non solo è un cantante italiano, ma addirittura ha anche la nazionalità statunitense. Ma se tu leggi di lui dopo la vittoria a Sanremo, leggerai che è un cantante napoletano. Il secondo arrivato Sayf (che pure è mezzo tunisino) sicuramente è definito italiano e non di Genova, dove è nato. Come è italiana Ditonellapiaga, terza, pur essendo di Roma. Sal da Vinci deve essere diversamente italiano essendo nato a Napoli. Laddove la capitale campana è tirata in ballo facendo l’occhiolino, ci siamo capiti. Quella che la criminalità, la cialtroneria, il disordine, le auto che passano col rosso. E così via stereotipando. Lasciamo stare il giudizio sulla canzone, se sia stata la più brutta nella storia di Sanremo o no. Un festival dal quale è passata roba come «Lo sai che i papaveri», capirai. E l’anno scorso il successo di Olly con «Non so più come fare senza di te, balorda nostalgia». Tutto evidentemente meglio di «Saremo io e te per sempre legati per la vita», insomma matrimonio eterno e svenevoli annessi vari. Ma altra storia è scrivere che «potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra», eccola qui. E aggiungere, visto che ci siamo, «che alla musica popolare italiana ha fatto più male la canzone napoletana che la peste nel Trecento», che è proprio un giudizio premium. Più il marchio di neomelodico e la «migliore tradizione della sceneggiata napoletana» per chiudere il cerchio.

Riassunto: camorra, peste, sceneggiata. Se a Sanremo fosse sbarcato un marziano, si sarebbe chiesto dove era. Ma basta, il Sud (e Napoli) sono Magna Grecia e non «Lagna Grecia», come ammonisce Marcello Veneziani. Quindi niente lamenti, una risata seppellirà i razzisti. «Non siamo razzisti, sono loro che sono napoletani». E però, anche se non ci si vuole accanire, ecco un’altra storia napoletana sotto tiro: il piccolo Domenico morto per mancanza di cuore. Ma il cuore nuovo che doveva salvarlo arriva da Bolzano in una vaschetta da insalata mista invece che in quella giusta che pure c’era. Con ghiaccio da frigo e non da organo vitale. Col patatrac finale all’ospedale di Napoli, dove per sbrinarlo pare lo mettano sotto il rubinetto dell’acqua calda. Almeno concorso di colpe, su cui peraltro indaga la magistratura. Ma invece no, perché aspettare, la sentenza è pronta. La colpa è di chi riceve, non di chi manda. Napoli non Bolzano. Altro che separazione delle carriere, qui siamo finalmente alla giustizia più veloce da tutti invocata. E senza i soliti rischi della prescrizione, neanche in un Sud in cui prendono tempo e perdono tempo.

Il fatto è che questi napoletani si allargano troppo, osano essere bravi senza permesso. E pure a sciare, vanno. E addirittura alle Olimpiadi. Come Giada D’Antonio, 16 anni, napoletana appunto, l’atleta più piccola dei Giochi. Ma da dove spunta una bambina delle nevi invece che, mettiamo, del bagno a Posillipo? Una dal nome terronissimo invece che asburgo-sudtirolese? Sentenza pronta all’uso anche stavolta. Con una battuta che ci toglie dalla curiosità (e dallo sconcerto, in effetti): «Avrà imparato a sciare dalla tiktoker a Roccaraso». Quella che usando appunto i social convogliò migliaia di napoletani in un solo giorno nella località sciistica abruzzese. Caso che salì alla ribalta più per lo strapotere del mezzo usato che per la provenienza delle vittime. Ma hai la fortuna che sono della solita città diversamente italiana, e non ti giochi l’asso della denigrazione? La prossima volta Giada impari a nascere altrove.

Buttarla sempre a folklore sarà pure divertente (eh, come ve la prendete sempre) finché non diventa coazione a ripetere. Ed è solo svenevole finché non è il lavoro sporco di ben più sottili concezioni. Quelle che vorrebbero un Sud sempre colpevole di un Sal da Vinci (che osa pure prendersi il Festival), o di un ospedale Monaldi, o di una dabbenaggine di massa. Fuoco incrociato per non ricordare Tangentopoli, il Covid, gli scandali della sanità lombarda, il Mose di Venezia. Soprattutto lavoro sporco per oscurare un Sud che osa far bene. E continuare invece a spacciare la consueta descrizione di un Sud inossidabile a ogni miglioramento e a ogni modernità.

Insomma il Sud si deve mettere in testa che non deve smentire le descrizioni malevoli, deve restare sempre uguale, deve restare un Sud non all’altezza e per il quale non c’è più nulla da fare. E per il quale, non essendoci più nulla da fare, tanto vale nulla fare. Questo Sud che vince non vorrà mettere in discussione il colonialismo italiano, a cominciare dalla «spesa storica» statale in servizi e infrastrutture tutta a favore di quelli del Nord. Questo Sud che alza la testa non vorrà compromettere il loro malloppo.

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