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È diventata definitiva la sentenza di condanna per la madre dell’ex tennista Flavia Pennetta accusata della morte dell’operaio Giovanni Pagliara. Nei giorni scorsi la Quarta sezione penale della Cassazione ha infatti confermato la condanna a 11 mesi di reclusione (pena sospesa) per Concita Intiglietta, titolare dell’azienda di famiglia Mari.Pen. Gli ermellini hanno così rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Paola Giurgola confermando la statuizione ottenuta davanti ai giudici di secondo grado del raddoppio della provvisionale in favore della moglie (Patrizia Perrone) e della figlia (Sabrina Perrone) dell’operaio di Squinzano, assistite dall’avvocato Paolo Spalluto. Gli ermellini hanno applicato il principio che anche in Appello si può concedere o aumentare una provvisionale. La condanna a 11 mesi inflitta a Giuseppe Pennetta, nelle vesti di direttore dei lavori e zio della tennista, non era stata impugnata dopo la sentenza di secondo grado. L’accusa per entrambi era omicidio colposo. Nel registro degli indagati era finito anche il nome del padre della Pennetta poi assolto in primo grado. L’incidente si verificò poco dopo le 9 del 16 giugno del 2006 nell’azienda della famiglia Pennetta nella zona industriale di Brindisi. L’operaio 50enne aveva provveduto a caricare di gasolio un’autocisterna che, fino a pochi minuti prima, aveva contenuto benzina senza poi essere lavata. Una tesi avvalorata dagli esiti della consulenza disposta dalla Procura (le indagini sono state condotte dal sostituto procuratore Milito De Nozza). L’ingegnere Tiziano Zuccaro annotava come «nello scompartimento di un’autocisterna era stato caricato gasolio senza effettuare una necessaria bonifica». Il mezzo così esplose mentre Pagliara tentava di aprire il bocchettone di carico. Venne scaraventato fuori dall’abitacolo e investito dalle fiamme trasformandosi in una torcia umana. Morì dopo 24 ore di agonia per le ustioni di terzo grado che avevano avvolto il 90% del suo corpo. L’esplosione provocò l’incendio di un’altra autobotte da 12.000 litri che avrebbe dovuto rifornire le stazioni di servizio della zona. Solo per puro miracolo l’autista del secondo mezzo, Mario Carinola, non riportò conseguenze. La testimonianza fornita dal collega della vittima, sentito a sommarie informazioni, è stata poi allegata agli atti del dibattimento di primo grado. Nel corso dei vari gradi di giudizio la difesa ha ipotizzato dinamiche alternative per ricostruire la l’incidente che i giudici, però, hanno puntualmente respinto nei vari gradi di giudizio. Gli accertamenti hanno infatti appurato che l’operaio non utilizzò il telefonino tra le 8 e le 10 di quella mattina. Inoltre l’esplosione non fu causata da un mozzicone di sigaretta benché la vittima fosse un fumatore. Non trovò riscontri neppure l’ipotesi che il rogo fosse stato sprigionato dalle cariche elettrostatiche prodotte dalle scarpe di ginnastica che l’operaio indossava. Tutte le altre piste alternative, così come scriveva il giudice della Corte d’appello di Lecce Carlo Errico (estensore della sentenza di secondo grado) sarebbero rimaste delle mere ipotesi.
Francesco Oliva

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Commenti all'articolo

  • revisore

    30 Ottobre 2016 - 12:46

    Pur di non pagare passerebbero sui cadaveri di madri e padri.

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