Martedì 26 Gennaio 2021 | 23:06

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TRANI - «Inizialmente ho cercato di arrampicarmi sugli specchi e difendermi, ma io a questo punto ho perso tutto, ho perso la famiglia, ho perso tutto, almeno la dignità lasciatemela, la dignità è dire le cose come stanno». Se il processo penale è anche catarsi, le parole di Antonio Savasta davanti al gip di Lecce sono il punto di arrivo del percorso dell’ex pm: quasi 24 ore (non consecutive) sotto il fuoco di fila delle domande di accusa e difesa, per arrivare al termine dell’incidente probatorio sulla giustizia svenduta nel Tribunale di Trani. Un processo in cui Savasta ha ammesso di essersi fatto corrompere. «Ora - ha detto - mi sento liberato».

La fatidica domanda («Lei ha detto tutta la verità?») gliela ha fatta il gip, Giovanni Gallo. «Io - è lo sfogo di Savasta, che dopo l’arresto aveva tentato di ridimensionare le accuse - ho detto tutta la verità, purtroppo - è vero - è stata sofferta, perché, come è stato detto, io non ho più una famiglia, ho perso mia moglie, ho perso mio figlio, non vedo più nessuno, vivo come un cane, senza un euro, mantenuto dalla mia famiglia, i miei fratelli che mi mantengono, ho perso tutto, ma almeno la dignità di dire le cose come stanno! Non bisogna avere la vergogna di dirlo, ormai questo è il fatto, doveva succedere ed è successo. Ho detto le cose che so. Le cose che non so, fino alla morte non le confermerò, non sarò disponibile a dire né una parola di più né una parola di meno».

Anche l’ex pm, destituito dal Csm per la vicenda della masseria di Bisceglie, prova ad accreditarsi come una vittima dell’ex gip Michele Nardi, come lui al centro dell’indagine di Lecce ma sempre in silenzio dal giorno di gennaio in cui è finito in carcere: ha accettato di assecondare le richieste di Nardi affinché intervenisse in favore dell’imprenditore Flavio D’Introno - questa la linea di Savasta - sperando che Nardi lo aiutasse a uscire dai guai in cui si era cacciato con il Csm. «È una vita che sto vivendo sempre con questa paura di essere condannato, di finire male, e di difendere posizioni che poi a un certo punto diventano anche un fardello. Anche questo fatto di subire i processi mi ha portato a prendere una strada sbagliata. Avessi accettato la situazione iniziale, tra il 2011 e il 2012, non starei qua, me ne fossi andato via probabilmente non avrei ceduto alle richieste di Nardi, quindi di farmi tutelare, secondo le mie aspettative, in sedi disciplinari, perché bastava semplicemente andarmene, mi tenevo le mie condanne, le mie censure, le mie cose, e tutto quanto si sarebbe risolto, non avrei fatto queste cose e me ne sarei andato via da Trani, c’era l’occasione». Savasta è accusato di aver intascato centinaia di migliaia di euro, ma ha ammesso di averne avuti 120mila: non che un euro in più o in meno faccia differenza. «Avevo una situazione particolare e non ho avuto il coraggio di tagliare e di cambiare vita, e ho pensato che attraverso il discorso di salvarmi dai disciplinari, di tentare il tutto e il possibile, io mi sarei salvato da questa cosa. Invece mi sono incartato ancora di più». E così si è trasformato nell’accusatore di Nardi (la Procura di Lecce lo ritiene il capo dell’associazione per delinquere che truccava i processi) e dell’altro ex pm Luigi Scimè. «Mi dispiace anche di aver coinvolto dei colleghi, perché io sto soffrendo di questa cosa. Però purtroppo se devo dire la verità la devo dire». Le versioni emerse nell’incidente probatorio, però, non coincidono. Ora saranno i giudici a stabilire chi ha detto il vero, e chi merita di essere condannato. 

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