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BARLETTA - Il messaggio di Massimo Serio - viceparroco chiesa San Paolo Apostolo di Barletta - dottorando in Teologia Morale riguardo i giovani e la loro mobilitazione per salvare l'ambiente. 

Il vento di primavera: Duemila piazze nel mondo intero. 128 Paesi di tutti i continenti. Poco più di un centinaio di appuntamenti in tutta Italia. E anche nella nostra Puglia. Sono solo alcune cifre del global climate strike for future. Lo sciopero intercontinentale che ha visto scendere nelle piazze, il 15 Marzo scorso, il mondo intero per difendere il clima e l’ambiente dall’assalto umano mortifero. Lo sbocco naturale dopo i tanti singoli FridayforFuture, i “venerdì per il futuro”, intrapresi dalla piccola Greta Thunberg – fino a ieri forse ai più sconosciuta – e che è diventata l’icona di questo massiccio evento da quando, ogni venerdì, davanti al Parlamento di Stoccolma esibisce il suo cartellone per noi illeggibile: Skolstreik för klimatet. Sciopero scolastico per il clima. È stato uno spettacolo bellissimo. Meravigliosa catena umana annodata dall’unico filo-desiderio: rendere il pianeta un luogo più accogliente. Sopratutto per le generazioni future. Così verrà ricordato nei libri di storia la data del 15 Marzo 2019. Sognatori? Profetici. Perché questo accade quando i sognatori scommettono sulla giustezza dei loro sogni. Così diventano profetici. Quindi profeti. E i profeti stanno sempre davanti. Si accorgono prima della minaccia. Annusano il pericolo. Gridano. Arrischiano. Difendono. Ricevono anche colpi sonori. Insulti. Ma avanzano inesorabili lungo la strada dettata dalla storia. Sono giovanissimi. Questo rende i promotori dell’unica grande manifestazione ancora più credibili. Non hanno interessi di sorta. Se non quello di pretendere di vivere in un ambiente salubre. E non saranno le foto farlocche, fatte girare sul web, ad inquinare (è il verbo più indicato) la bella decisione di vedere sfilare tantissimi ragazzi per la salvaguardia del creato. E non saranno nemmeno le risposte da insufficienza gravissima in scienze, di quei ragazzi intervistati sul buco dell’ozono, a screditare un’operazione così nobile. Non si è trattato di una messa-in-scena. La questione dell’ambiente, del clima, è una realtà che si impone alla nostra attenzione con la stessa veemenza dei cambiamenti climatici che siamo costretti a subire. In questi anni è sembrato che parlare di cura della casa comune fosse solo una questione di romanticismo irrazionale, o sinonimo di un ritorno al passato. Sembra sfuggire la reale pericolosità della strada imboccata e colpevolmente si resta sordi ai moniti di chi ravvisa un futuro incerto. Proprio come quelle città immerse nelle grandi nuvole delle polveri sottili. Il futuro non è chiaro. E nessuno può pensare di poter costruire un futuro migliore senza attenzionare seriamente la crisi ambientale e tentare di risolverla o comunque pensare di attutirne la pericolosità. In uno dei primi documenti, Papa Francesco ha messo nero su bianco la sua sensibilità per la cura della casa comune e nel Giugno del 2015 consegnò a tutti gli uomini di buona volontà, la lettera enciclica Laudato si’. Nonostante il successo della prima ora, i detrattori pensarono di screditarla con le solite operazioni di chi tenta di ostacolare le vie di soluzione, o di negare il problema, servendosi dell’indifferenza, della rassegnazione comoda, o pensando alla cieca fiducia nelle soluzioni tecniche (Ls,14). Oggi più che mai capiamo che non è così. Il pianeta terra si salva, salvaguardandolo dall’aggressività dell’impatto umano - in questa era dell’antropocene. E questo richiede innanzitutto uno sguardo nuovo sulla realtà che ci circonda. Se è avido e miope, la terra allora sarà considerata solo come mero terreno da saccheggiare fino all’ultimo desiderio. E per ottenerlo, ogni mezzo sarà corretto perché giustificato dal fine. Non importa se a scapito della terra, dei più poveri. Fosse anche dei nostri figli e nipoti. Invece serve lungimiranza perché “la cura degli ecosistemi richiede uno sguardo che vada al di là dell’immediato … quando si cerca solo un profitto economico rapido e facile, a nessuno interessa veramente la loro preservazione” (Ls,36). Proprio da questa aggressività miope, Papa Francesco ci mette in guardia quando in più occasioni ha sollecitato a guardarsi dall’avidità dell’utilizzo personale e comunitario delle risorse, perché questo diventa un pericolo per la stessa sopravvivenza dell’essere umano. Di fatti “l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme, e non potremo affrontare adeguatamente il degrado ambientale, se non prestiamo attenzione alle cause che hanno attinenza con il degrado umano e sociale” (Ls,48). Questa manifestazione ha portato un grande vento di novità. Una freschezza di cui avevamo bisogno. Sentivamo la necessità di vedere fiumane di adolescenti chiedere a gran voce di custodire il loro futuro. I cuori di noi, adulti, ne hanno tratto giovamento, traboccando di speranza e gioia nel vedere chi sa difendere a denti stretti, col sorriso e con una combattiva tenerezza il proprio futuro incerto. Questa manifestazione ha fatto del bene a ciascuno di noi. Intanto ci ha offerto una rinnovata boccata d’ossigeno. In tutti i sensi. Ha spalancato non solo i nostri occhi. Ha fissato non solo la nostra attenzione su un grande problema. Ha soprattutto elevato anche il nostro spirito. È stato il vento di primavera vivente, simile a quel vento del disgelo che subentrando all’inverno libera le acque dalla presa e dalla prigione del ghiaccio (cfr. M. Recalcati). Riconsegnando queste alla loro foce naturale. Ma una rondine non fa primavera. Lo sanno anche i ragazzi che hanno sfilato. Tra i tanti cartelloni uno mi ha personalmente colpito e diceva così: “It’s also my fault”. I ragazzi ammettono che il problema riguarda anche le scelte molto personali fatte di prevenzione, di educazione ambientale. Servono regole per evitare le macellerie edili, ma serve anche uno sguardo personale e profondo sulla città che si vive. Fatto di scelte consapevoli. Di responsabilità individuali. La speranza dei nostri giovani risvegli anche il nostro sano egoismo perché in fondo non si tratta soltanto di preoccuparci per le generazioni future ma “occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi … e ciò chiama in causa il significato del nostro passaggio su questa terra” (Ls,160). Di qui bisogna ripartire. Da queste utopie giovanili. Come ha avuto modo di dire padre Gianni Bernardo durante gli esercizi spirituali dettati al Papa e alla Curia Romana ad Ariccia sul tema della città: Non ascoltiamo i “vecchi” di cuore che soffocano l’euforia giovanile; andiamo dai vecchi che hanno gli occhi brillanti di speranza. Coltiviamo invece sane utopie. Dio ci vuole capaci di sognare come Lui e con Lui mentre camminiamo bene attenti alla realtà. Sognare un mondo diverso e se un sogno si spegne tornare a sognarlo di nuovo, attingendo con speranza alla memoria delle origini, a quelle braci che forse dopo una vita non tanto buona, sono nascoste sotto le ceneri del primo incontro con Gesù.

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