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Una città sommersa nella illusione
di boschi d'asfalto

Una città sommersa nella illusionedi boschi d'asfalto

di NICOLA SIGNORILE

Basta un’ora di pioggia e la città va in tilt. Come è accaduto lunedì, quando la rotatoria di San Marcello e la pista ciclopedonale di via Re David – appena realizzate – hanno subito il loro battesimo dell’acqua. Comprendiamo l’imbarazzo dell’assessore ai Lavori pubblici, Giuseppe Galasso, che di mestiere fa l’ingegnere stradale: come si fa a difendere l’indifendibile? Certo, la situazione della fognatura a Bari, con la confusione di acque bianche e acque nere è un problema antico e chiama in causa responsabilità tecniche e politiche lontane. Ma forse è meglio non dirlo troppo in giro: potremmo finire per essere commissariati dall’Oms e dall’Unesco. E in ogni caso l’incredibile del sottosuolo era già noto quando sono state progettate pista e rotatoria: se ne è tenuto conto?

Sono gli inconvenienti di una cultura dei lavori pubblici attestata sulle sicurezze del passato, dove l’innovazione consiste in nuovi materiali e ardite tecnologie. In definitiva sulla cultura dell’infrastruttura opaca, dominata dal cemento e dall’asfalto, anche quando si tratta di parchi e di verde urbano. Una prova ce l’ha fornita – senza volerlo – il sindaco Antonio Decaro mettendo in giro le immagini del sopralluogo che ha compiuto nei giorni scorsi insieme all’assessore Galasso nel cantiere del parco di via Suglia, a Japigia. Annunciando l’arrivo di un centinaio di alberi mostrava un immenso pavimento in costruzione. Pietra e calcestruzzo armato.

Non è esattamente quel che si definisce un «bosco urbano», almeno quando si parla di «Nature based solution», cioè dell’integrazione fra più strutture verdi e nuove tecnologie per migliorare la qualità ambientale e la biodiversità.

L’ingegnere Antonio Leone, che insegna all’università della Tuscia e al Politecnico di Bari è uno esperto dei fenomeni idraulici legati alla struttura delle città. Autorevole è la voce di Leone nel campo della «infrastrutturazione verde», cui abbiamo accennato in questa rubrica lo scorso 25 ottobre. «Il verde deve diventare sistema infrastrutturale – afferma Leone –  con dignità almeno pari a quella delle altre infrastrutture». E sottolinea come il verde urbano sia ancora interpretato «in chiave romantico-ottocentesca come fattore di amenità, “lusso” per nobili (oggi contentino per ambientalisti che spesso si trasforma in maquillage)».

Una ricerca recente di Leone, modulata proprio sul caso di Bari, si intitola «Modelli manageriali e strategie per la città resiliente» ed ha il pregio incontestabile di partire dai numeri, dalle quantità reali. Un milione di metricubi di acqua all’anno: questo è il maggior volume di deflusso superficiale a Bari, considerata la pluviometria della città e l’area impermeabilizzata con il boom edilizio del Novecento e in particolare con l’espansione del secondo dopoguerra.

È qui la radice della schizofrenia della «economia lineare»: il consumo di suolo provoca danni, che richiedono continue riparazioni della fogna e delle strade, con un aumento dell’entropia e dei costi, finanziari e ambientali. 

Ha provato ad invertire la logica, Leone, chiudendo il ciclo: cattivo uso del suolo – danni – riparazioni attraverso l’uso razione del suolo – neghentropia. «Uso razionale del suolo – spiega Leone –  significa conoscere la micro-idrografia urbana, in modo da intercettare i deflussi che mettono in crisi la rete di drenaggio». L’infrastruttura verde ipotizzata consiste in un complesso di opere diverse: «giardini pluviali, bacini di ritenzione nelle campagne periurbane, inverdimento dei vuoti urbani, parcheggi permeabili, cunette stradali inerbite, tetti verdi».

Leone ha calcolato gli effetti di una infrastruttura verde di questo genere. «La normativa per il progetto del drenaggio urbano – precisa l’ingegnere – prevede un tempo di ritorno di 5 anni: a confronto dei costi di molti milioni di euro stimati nell’economia lineare, l’economia circolare porta alla creazione di un parco di 15 ettari, necessario a incrementare la permeabilità urbana, riportando a norma l’attuale sistema fognario».

A condizione naturalmente, aggiungiamo noi, che siano ettari di bosco e non di strade e marciapiedi con un buco in cui infilare un giovane leccio. O una telecamera di sicurezza. 

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