Domenica 31 Maggio 2020 | 19:44

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Io giornalista colpito dal Covid-19 nell'incubo della terapia intensiva

Giulio Mola, 51 anni, ricoverato a Milano e tornato a casa dopo 26 giorni. «Per un po’ ho avuto il fiatone, mi manca Bari»

Io giornalista colpito dal Covid-19 nell'incubo della terapia intensiva

 Indossiamo guanti e mascherina, usciamo il meno possibile evitando file e folla, poi ci imbattiamo in una persona come noi, stessi ritmi dettati dalla professione: le sue parole sgretolano ogni illusione di prudenza, di raggiunta «sicurezza», perché ha seguito le raccomandazioni anti-virus ma il Covid è stato implacabile e questa esperienza l'ha cambiato, forse per sempre.

Giulio Mola, 51 anni, caposervizio dello Sport a «Il Giorno», barese, da 20 anni al Nord passando da Antenna 3 a Tuttosport, poi alla redazione sportiva del quotidiano di Milano, città dove vive, una carriera costellata di premi e riconoscimenti anche come scrittore. Il suo terribile impatto con il Coronavirus è iniziato con un rimpallo telefonico fra i vari enti e servizi che avrebbero dovuto aiutarlo, ma nella città-locomotiva d'Italia ha dovuto salvarsi da solo, chiamando l'ambulanza quando aveva 41 di febbre e fiato corto. E sua moglie e suo figlio di 12 anni, a oltre un mese e mezzo dalla richiesta - denuncia Mola - non fanno ancora il tampone.

Ventisei giorni di ricovero, di cui 4 in terapia intensiva e 2 in subintensiva: il momento peggiore?

La seconda notte, avevo il casco e mi sveglio gridando perché soffoco, gli infermieri faticano a calmarmi. Poi il venerdì santo, sotto Pasqua, la prima Pasqua lontano da casa: proprio mentre stavo migliorando, ho come un crollo psicologico, realizzo che il tempo non passa mai... Mi manca la famiglia, rivoglio la mia vita, non mi bastano le videochiamate. Gli altri pazienti sono più anziani, mi sento fuori dalla realtà, l'unico contatto con il mondo è una finestra che riesco a raggiungere solo di pomeriggio.

Vediamo guariti dal Covid che vengono dimessi fra musica e feste improvvisate, ma il ritorno a casa è tutto in discesa?

Tutt'altro: io sono fuori da circa venti giorni e nella prima settimana avevo il fiatone a ogni piccolo sforzo. Faccio fisioterapia proprio per recuperare il respiro, mi sento spesso con il medico, scrivo, esco un pò, guido anche, ma avverto di non aver ritrovato ancora la mia normalità, mi serve tempo, soprattutto mentale..."

Da paziente e da giornalista, cosa non ha funzionato in Italia?

C'è stata e c'è troppa incoerenza, un oceano di dati e di cifre, ma in realtà si doveva e si poteva fare prima, a Milano e in Lombardia soprattutto. Quanto al piano sanitario è stato fatto in ritardo, visto che il virus circolava già da gennaio. E il Covid rimane fra noi, la gente qui a Milano sta comprendendo ora la gravità della situazione e malgrado le aperture si esce poco, si capisce che non si tornerà alla vita del passato

Si dice che l'esperienza di una grave malattia faccia riscoprire ciò che conta davvero, ma è così?

Io so di provare grande gratitudine per gli infermieri che mi hanno aiutato e l'ho anche raccontato sul mio giornale. Quando è uscito l'articolo ho acquistato 30 copie, 30 cappuccini e 30 brioche e sono andato sotto la clinica, avvisando per telefono di una sorpresa. Gli infermieri mi hanno salutato dalle finestre e inviato una foto di gruppo con il quotidiano fra le mani e la scritta «Grazie Giulio!»... Questo è stato bello e nei giorni del ricovero ho capito quanto sia ancora poco considerato e anche remunerato il lavoro degli infermieri

Il desiderio più grande?

Più di uno: andare a tagliare i capelli con mio figlio, non riprendere i 7 chili persi e tornare presto a Bari, rivedere il mare e i colori della mia città... Emiliano permettendo.

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