Martedì 12 Novembre 2019 | 03:52

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Bari, cervelli in fuga: in 10 anni via oltre 45mila giovani (14%)

I numeri dell'emigrazione che è uguale in tutta la Regione. Nel barese, il picco ad Alberobello dove va via un under 35 su 5 (22%)

Bari, cervelli in fuga: in 10 anni via oltre 45mila giovani (14%)

Il Rapporto Svimez 2019 sull'economia e la società del Mezzogiorno è impietoso riguardo alla fuga dei cervelli, soprattutto se si considera la... estrazione con sfruttamento altrui di quella che dovrebbe essere la miniera dell'Italia: i giovani. Dall’inizio del nuovo secolo, dei 2 milioni conteggiati, un milione di meridionali (la metà) ha lasciato il Sud a un'età tra i 15 e i 34 anni, un quinto del quale (200mila individui) con un curriculum comprendente un titolo di studio universitario, e comunque un elevato livello di istruzione. Peraltro, molti di quelli che hanno deciso di emigrare all'estero non hanno più fatto ritorno nello Stivale, nonostante i timidi tentativi, fatti recentemente (per i profili di eccellenza), di farli rientrare incentivandoli.

A questi vanno poi aggiunti i pendolari di lungo periodo (fenomeno che spiega circa un terzo dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno), che solo nel 2018 sono stati al Sud 236mila (migrati con l'intenzione di restarci temporaneamente, 57mila sono rimasti nei dintorni, mentre 179mila si sono spostati verso il Centro-Nord e oltre). In generale la loro caratteristica, scrive la Svimez, è, sempre più, quella di avere «un più alto grado di istruzione e una professionalità sempre più elevata».

BARI E PROVINCIA - Dalla Puglia, dando uno sguardo in casa nostra, negli ultimi dieci anni (2008-2017) i giovani residenti (sempre tra i 15 e i 34 anni) sono diminuiti notevolmente, passando da 1 milione e 65mila a poco più di 900mila, con una differenza dunque di oltre 150mila persone (-14 per cento), la maggior parte delle quali (135mila circa) si è spostata in altri territori della Penisola, ma (una buona fetta) anche all'estero (14.800, il 6 per cento del conto nazionale, il cui totale è pari a 247.900 esodi oltre confine). La tendenza è confermata anche in provincia di Bari, per la quale è sufficiente dare uno sguardo al dato sullo spopolamento registrato nel decennio di riferimento.

Al 1° gennaio 2018 nell'area della Città metropolitana, su una popolazione di 1.251.994 persone, i residenti under 35 (dai 15 ai 34 anni) sono 282.152, il 13,8 per cento in meno (-45.338, quasi quanto l'intera Monopoli, o Corato) rispetto a due lustri prima (327.490). Anche il capoluogo rispetta la media regionale (il dato è leggermente peggiore: -14,7%, e cioè da 78.445 a 66.878 giovani), ma, considerando gli altri Comuni della provincia, balza subito all'attenzione la percentuale di decremento riguardante Alberobello, proprio uno dei centri col maggior flusso di presenze turistiche negli ultimi anni (-22 per cento, da 2.785 a 2.171 con una perdita di 614 giovani) e più in generale il calo più rilevante delle città di mare (Molfetta -16,2%, Monopoli -17,5%, Giovinazzo -18,8%, fino a Mola con -21, a parte Polignano che resiste col -13,6%).

Le cifre (al ribasso) sono elevate anche in altri Comuni: tra i più grandi, a Modugno (-20,6%) e a Putignano (19,9%). Da segnalare anche il calo nei Comuni intorno al capoluogo, il cui valore indica anche una frenata della passata tendenza a trasferirsi dalla città: Capurso -18%, Valenzano -17,7% e Triggiano -17,5% (tiene sostanzialmente solo Bitritto con -8,8%). Ma i decrementi sono abbondantemente in doppia cifra anche altrove. L'eccezione proviene da Poggiorsini (ultimo per numero di abitanti: 1.472), dove nel decennio c'è stato un aumento del 25,5%. I giovani, cresciuti di 101 unità (497 da 396 ), evidentemente hanno (anche) ritrovato il gusto della terra.

DOVE VANNO I TALENTI - A darci un quadro delle destinazioni dei migranti italiani è l'ultimo rapporto (del 2018) sulla mobilità interna e migrazioni internazionali dell'Istat, secondo il quale, innanzitutto, nel 2017 ci sono stati un milione e 335 mila trasferimenti, la maggior parte dei quali sulla tradizionale direttrice Mezzogiorno-Centro-nord (in generale, le regioni più attrattive sono Emilia-Romagna, Trentino Alto-Adige, Lombardia e Friuli-Venezia Giulia). Quasi la metà (49,5%) riguarda persone in età compresa tra i 15 e i 39 anni. In quanto alle emigrazioni verso l'estero, le cancellazioni anagrafiche sono state pari a 155mila e di queste poco meno di quattro su cinque riguardano proprio emigrati italiani (115mila), i quali preferiscono Regno Unito (18%), Germania (16,1%), Francia (10,8%) e Svizzera (9,1%). Ma il dato da evidenziare è l'aumento considerevole e progressivo dei laureati italiani che vanno via dall'Italia: nel 2017 quasi 28 mila (+4% sul 2016).

Negli ultimi cinque anni, i deflussi netti di persone di 25 anni e più dovuti agli espatri sono pari a oltre 244 mila (attenzione, la fascia cambia rispetto a quella considerata nel resto dell'articolo), di cui il 64% con titolo di studio medio-alto. Sono in forte aumento tra 2013 e 2017 i diplomati (+32,9%) e i laureati (41,8%) che decidono di lasciare il Belpaese con una perdita economica che è stata stimata intorno ai 15 miliardi di euro (circa l'1% del prodotto interno lordo) proprio a causa dell'esodo dei nostri migliori talenti all'estero.

«L'emigrazione verso altri Paesi - si legge nel rapporto Svimez - ha accelerato dal 2003 in tutto il Paese, senza soluzione di continuità, accentuandosi con la ripresa dell’economia dei Paesi europei. Tra quelli che scelgono di andarsene, crescono gli emigrati in possesso di un’elevata preparazione professionale e culturale. La nuova migrazione riguarda un numero massiccio di giovani la cui età media sta aumentando per la presenza crescente di laureati che completano gli studi in età più avanzata. Nel 2017, in presenza di un tendenziale rallentamento della ripresa economica, si sono cancellati dal Mezzogiorno oltre 132mila residenti, un quarto dei quali (33mila) ha scelto un Paese estero come residenza, una quota decisamente più elevata che in passato, come più elevata risulta la quota dei laureati, un terzo del totale. La nuova migrazione è figlia dei profondi cambiamenti intervenuti nella società meridionale, un’area che sta invecchiando e che non si dimostra in grado di trattenere la sua componente più giovane – appartenente alle fasce di età 25-29 anni e 30-34 anni – sia quella con un elevato grado di istruzione e formazione sia coloro che hanno orientato la formazione verso le arti e i mestieri».

CHI FUGGE - Molti di coloro che... fuggono continuano a trovare impiego in occupazioni poco qualificate: nei bar, nei ristoranti e nelle pizzerie, ad esempio. Così come continuano a esserci giovani in cerca di lavoro come manovali. Ma, appunto, cresce a dismisura il numero di istruiti, per i quali, secondo i dati dell'Ocse, l'Italia investe molti quattrini: mediamente, 164mila euro per un laureato e 228mila per un dottore di ricerca. Un dato che giustifica le parole dette, in occasione della recente cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico dell'Università di Bari, da parte del rettore Stefano Bronzini: «Siamo preoccupati, molto preoccupati. Lo siamo noi e lo sono le aziende che lavorano nel territorio. Lo smarrimento è evidente e gli esiti sono quanto mai visibili: c'è ancora un numero troppo alto di abbandoni e di studenti che migrano».

E tra le eccellenze che vanno via, per le scarse opportunità di valorizzazione dei propri percorsi di formazione o magari verso università che per investimenti, servizi e possibilità di lavoro offrono più garanzie, ci sono tanti medici. Sia chiaro: la carenza nei nostri ospedali non è dovuta alla mancanza di professionalità (ci sono migliaia di potenziali camici bianchi disponibili), semmai (a parte i piani di rientro che rallentano le assunzioni) l'esiguità delle borse di specializzazione, un imbuto che induce i neo laureati ad andare nel privato (se vi riescono) oppure in altre città italiane oppure all'estero. Secondo i dati della Commissione europea e del Rapporto Eurispes-Enpam, in 10 anni, dal 2005 al 2015, oltre diecimila medici (10.104) hanno lasciato l'Italia (per non parlare degli 8mila infermieri trasferiti).

Si è calcolato ch ogni anno 1.500 laureati in Medicina vanno via per frequentare scuole di specializzazione. Un danno enorme se si tiene conto - come ha indicato il sindacato di categoria Anaao Assomed - che tra pensioni maturate con la Legge Fornero e l'applicazione di «quota 100», il Servizio sanitario nazionale perderà 70mila camici bianchi, fino al 2023, sugli attuali 110 mila. Secondo le stime, tra soli sei anni, nel 2025, curarsi in ospedale sarà ancora più difficile: mancheranno infatti all'appello 16.500 specialisti. Non solo: il danno provocato dalla fuga all'estero è anche economico, perché (appunto) la formazione costa allo Stato italiano 150mila euro per ogni singolo medico (ma uno specialista costa fino a 250mila euro; ogni anno dunque regaliamo 350 milioni agli altri Paesi). Chi prende lo stetoscopio e parte ha un'età che va dai 28 ai 39 anni (la meta principale è la Gran Bretagna, con il 33% di scelte, seguita dalla Svizzera con il 26%). I professionisti che espatriano sono per la maggior parte ortopedici, pediatri, ginecologi, anestesisti. Molti di loro sostengono di voler ritornare: ma l'Italia, evidentemente non è un Paese per giovani, soprattutto se laureati.

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