Martedì 21 Gennaio 2020 | 16:22

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La perizia disposta dal tribunale sulla morte della 12enne Zaraj, uccisa da una febbre alta (44 gradi): era stata ricoverata per una frattura di femore

Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII, Via Giovanni Amendola, 207, 70126 Bari, Italia

Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari

Da un lato le presunte responsabilità penali dei medici che l’hanno avuta in cura per ridurre una frattura al femore. Dall’altro, presunti «deficit organizzativi» dell’Azienda ospedaliero-universitaria Policlinico di Bari rilevanti sotto il profilo civilistico. La triste vicenda di Zaraj Tatiana Coratella Gadaleta, 12 anni, barese, deceduta il 19 settembre 2017 a causa delle conseguenze di una ipertermia maligna probabilmente scatenata a seguito dell’anestesia e diagnosticata troppo tardi, si arricchisce di un nuovo tassello.

Stando alla consulenza medico-legale disposta dal Tribunale Civile di Bari nella causa per il risarcimento danni relativo alla morte della 12enne, in sala operatoria mancavano il termometro e il farmaco salvavita, quest’ultimo rimosso qualche settimana prima perché scaduto. Elementi che avrebbero contribuito ad aggravare le condizioni cliniche della ragazza, deceduta nell’ospedale Pediatrico Giovanni XXIII che dipende dal Policlinico. Nella causa civile, la mamma con le due nonne della ragazza da un lato e l’Azienda ospedaliera dall’altro sono al momento in disaccordo sulla quantificazione del danno.

I consulenti nominati dal giudice civile, più nel dettaglio, sono stati chiamati a individuare le responsabilità ai fini del risarcimento, gli «errori attivi attribuibili ai sanitari che la ebbero in cura» e gli «errori latenti attribuibili a tutti i livelli di responsabilità dell’organizzazione».

Nel procedimento penale per omicidio colposo, invece, sono indagati l’anestesista Vito De Renzo che ha chiesto il patteggiamento a 14 mesi e il primario del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Ospedaletto, Leonardo Milella, per il quale il Pm Bruna Manganelli sta valutando se chiedere il rinvio a giudizio. «Dall’approfondimento di tutti gli atti emergerà la correttezza dell’operato del mio assistito», fa sapere l’avvocato Angelo Loizzi, difensore del dottor Milella.

Le principali responsabilità vengono ricondotte nella consulenza tecnica d’ufficio depositata nei giorni scorsi nella causa civile alla mancata diagnosi da parte dei medici. L’alterazione di un valore (Cpk) avrebbe dovuto indurre a sospettare che si potesse trattare di ipertermia maligna. In particolare il dottor De Renzo avrebbe potuto scegliere «una tecnica anestesiologica “triggers fre” ovvero priva di agenti scatenanti» scrivono i consulenti.

Durante l’intervento poi, non fu possibile monitorare la temperatura corporea della paziente perché «erano assenti in sala operatoria sonde termometriche o altri presidi», «anche un semplice termometro funzionante». Altri valori, però, sempre nella ricostruzione dei consulenti nominati dal giudice, iniziavano ad alterarsi e quindi fu richiesto l’intervento del primario Milella, il quale inizialmente diagnosticò una tromboembolia polmonare e solo dopo tre ore l’ipertermia maligna, ad intervento ormai concluso. Il farmaco salvavita, però, non era disponibile e fu necessario andarlo materialmente a prendere nella farmacia ospedaliera. Nel frattempo la 12enne fu trasferita in terapia intensiva. Lì, con la temperatura ormai a 43,6 gradi, le fu somministrato il farmaco quando ormai era troppo tardi.

I consulenti concludono che i due medici e il Policlinico «sono tutti co-responsabili, a vario titolo, egualmente, del decesso» della ragazza.

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