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Grumo, autistico giù dal balcone, la sorella: «Era violento ma il 118 non lo ha fermato»

Dopo aver dato in escandescenze, un ragazzo autistico di 25 anni si è lanciato giù da un balcone al 2° piano, riportando frattura e lesioni. La sorella, sua tutrice, lamenta ritardi nei soccorsi.

Puglia, 4mila assunzioni per il 118

BARI - «Ho visto mio fratello lanciarsi dal balcone, mentre attendevo impotente i soccorsi. Non auguro a nessuno di assistere ad una scena simile. Nessuna famiglia dovrebbe essere lasciata sola ad affrontare drammi così gravi».
Elisabetta è la sorella e tutrice di Giuseppe, 25 anni, ragazzo affetto da autismo, protagonista di questa terribile storia che arriva da Grumo Appula.
«Mio fratello ha sempre vissuto a casa, con i miei genitori. Il sistema sanitario garantisce servizi e assistenza per i minori con autismo. Dopo i 18 anni, niente più».

Una condizione che molte famiglie, purtroppo, conoscono bene. Ci sono certo centri diurni o residenziali per disabili adulti, «Ma quando ci sono scompensi psichiatrici, come nel caso di Giuseppe, è difficile trovare strutture disposte ad accoglierli».
Negli ultimi mesi, le condizioni generali di Giuseppe sembrano peggiorare, fino ad una prima crisi di rabbia e violenza che si consuma nella prima settimana di agosto. L’estate, si sa, è un momento difficile per i malati e per chi si prende cura di loro, perché saltano i ritmi e la routine quotidiana. La situazione precipita nella tarda serata del 13 agosto.
«Mio fratello ha avuto una crisi. È diventato violento, aggressivo contro se stesso e contro noi familiari. È uscito di casa, sul pianerottolo ha cominciato a rompere vetri e a ferirsi. Ci siamo subito resi conto che non sarebbe stato possibile calmarlo. Avevamo bisogno d’aiuto. Ci siamo barricati in casa e abbiamo cominciato a chiamare il 118 e diversi numeri d’emergenza».
Data la gravità della situazione, infatti, la famiglia di Giuseppe ritiene necessario chiedere l’aiuto non solo dei medici ma anche delle forze dell’ordine.

«Carabinieri e Polizia: abbiamo chiamato a ripetizione, spiegando chiaramente la gravità della situazione ma abbiamo avuto una sola risposta: “chiamate il medico, non è di nostra competenza”. A un certo punto, abbiamo avuto l’impressione che non volessero più rispondere alle nostre chiamate e abbiamo provato a chiamare da un numero diverso. Ci hanno risposto prima i Vigili del fuoco, che hanno passato la chiamata ai Carabinieri. Abbiamo chiesto espressamente un “TSO”, un trattamento sanitario obbligatorio, e ci hanno risposto che, per questo, avremmo dovuto chiamare il sindaco, per farci autorizzare. Ma alle 22.30 del 13 agosto, come e dove rintracciare il sindaco?».
Dopo quasi mezz’ora d’attesa, mentre nel frattempo Giuseppe era sceso in strada, arriva l’ambulanza.
«Pensavamo finalmente di avere l’aiuto che ci serviva ma non è andata così. Giuseppe, appena vede arrivare l’ambulanza, si agita ancora di più e proprio mentre l’ambulanza cerca di avvicinarsi sferra un colpo contro la portiera. A quel punto, l’ambulanza fa manovra e va via. Nessuno di noi poteva crederci. Ci stavamo abbandonando in un momento così tragico».
Partono nuove telefonate, la situazione diventa di minuto in minuto più difficile fino a quando terrorizzati e nel panico i familiari hanno visto quel ragazzo lanciarsi dal balcone.

«Si è buttato dal secondo piano, finendo su una pensilina che, per fortuna, in parte ha attutito la caduta - prosegue Elisabetta -. È rimasto a terra, oramai innocuo e semi-stordito. Solo allora, dopo quasi un’ora dalla prima chiamata, sono arrivati contemporaneamente il 118 e una pattuglia dei Carabinieri».
I medici hanno trasportato Giuseppe a Bari, al Policlinico, dove è attualmente ricoverato in Psichiatria. La caduta gli ha procurato una frattura al calcagno e un trauma all’occhio. È stato operato ed è in via di ripresa, ma sarà necessaria una lunga degenza. Difficilmente potrà tornare a casa dei suoi genitori.
Amarissimo il commento della sorella Elisabetta. «Dopo lo spavento, la paura, la preoccupazione, abbiamo avuto modo di parlare con le forze dell’ordine e con il personale del 118. I medici ci hanno detto che non potevano intervenire senza forze dell’ordine e le forze dell’ordine non potevano intervenire senza i medici. Ci hanno detto che sono sempre troppo pochi in servizio, che c’è carenza di personale, ci sono le ferie. In queste condizioni, io e la mia famiglia abbiamo dovuto aspettare più di un’ora perché qualcuno rispondesse al nostro grido d’aiuto. Penso che sia una cosa inaccettabile e che non dovrebbe capitare a nessuno. Mai». 

LA REPLICA DEL DIRETTORE DEL 118 -  «In caso di paziente psichiatrico in fase di scompenso psicotico, il personale sanitario ha l’obbligo di chiamare le forze dell’ordine. I medici devono operare in condizioni di sicurezza: per se stessi, per gli infermieri e per gli operatori che sono con lui e, ovviamente, anche per il paziente».
Antonio Di Bello, coordinatore del 118 della Asl di Bari, spiega nel dettaglio il protocollo da seguire nei casi gravi come quello che si è verificato a Grumo la scorsa settimana.
«Cominciamo col dire che la gestione di un paziente, per il quale si sospetta uno scompenso psicotico, è molto difficile e molto rischiosa perché il paziente potrebbe essere pericoloso per sé e per gli altri. Potrebbe ferire, finanche uccidere».
Lo scompenso psicotico, infatti, comporta allucinazioni, deliri.

«Prima di trattarlo, con dei sedativi, per esempio, è necessario bloccarlo. E per bloccarlo, specie se è robusto o particolarmente forte, è necessario l’intervento delle forze dell’ordine».
Dunque il personale del 118 che è intervenuto a Grumo ha fatto bene ad andar via, quando si è reso conto che Giuseppe era particolarmente agitato e aggressivo?
«Ogni situazione è differente. Bisogna considerare tanti fattori, anche fattori ambientali, specifici di quella situazione. Come ho già detto, però, prima dell’intervento dei medici, nei casi di particolare gravità, aggressività o pericolosità, è necessario l’intervento delle forze dell’ordine che hanno il compito di bloccare e contenere il paziente. Sono gli stessi medici a dover richiedere l’intervento delle forze dell’ordine una volta accertata la gravità della situazione. Si tratta di situazioni molto più frequenti di quanto si possa immaginare. E d’estate, con il caldo e il cambio di abitudini, ancora più diffuse».
Eppure, ai familiari di Giuseppe che richiedevano il «TSO», il trattamento sanitario obbligatorio, è stato risposto di rivolgersi al sindaco.

«Il TSO richiede una diversa procedura: a seguito di una segnalazione, il medico verifica la condizione del paziente, fa la proposta di trattamento sanitario obbligatorio che un secondo medico, uno psichiatra, deve poi confermare. La proposta arriva sulla scrivania del sindaco che firma l’ordinanza che verrà poi trasmessa alle forze dell’ordine e ai medici che interverranno. Il sindaco è chiamato in causa perché il “TSO” è una procedura a tutela della salute del paziente e della sua sicurezza, oltreché della salute pubblica e che, di fatto, limita la libertà del singolo paziente».

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