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L’effetto «green pass» è sotto gli occhi di tutti. Migliaia e migliaia di prenotazioni ai centralini di Asl e ospedali, da Trieste in giù, confermano la tesi che l'offensiva voluta in Francia da Macron e mutuata in Italia da Draghi, oltre che in altri Paesi dell'Europa, ha prodotto i suoi primi concreti effetti: far uscire dalla tana gli indecisi, i dubbiosi, quelli che meglio attendere o quelli che meglio gli altri tanto un effetto ci sarà comunque. Ecco, se c'è da fare una prima riflessione intorno al provvedimento adottato dal Governo, e che sarà operativo dal prossimo 6 agosto, è che gli italiani «brava gente» - non tutti si capisce – hanno sempre bisogno della sanzione o in questo caso del pericolo dell'esclusione sociale per decidersi a essere comunità, con tutti i pro ed i contro della situazione.

Quello che maggiormente colpisce, e in questo caso il lasciapassare sanitario ne è ulteriore conferma, è che agli italiani, a qualsiasi latitudine, indipendentemente dalle fasce sociali, dal reddito e dalle condizioni personali, non sono mancati i paradigmi condivisi e le esperienze collettive.

Alcune molto dolorose, come dimostra l'inventario delle vittime da corona virus che il Bel Paese ha accusato in questi diciotto mesi di pandemia. Ma mai come in questo caso è possibile rimarcare che la storia ci insegna che non impariamo dalla storia. Altrimenti il rapporto con le vaccinazioni, al netto di qualsiasi convinzione, sarebbe stato diverso, più maturo, più consapevole di una responsabilità personale e nei confronti degli altri messi a rischio da comportamenti al limite del masochismo. Con l'aggravante, appunto, di espandere il proprio senso di autolesionismo nei confronti di chi ci circonda. In tal senso l'effetto della variante Delta, incontrollata ma soprattutto sottovalutata, la dice tutta sulla compattezza di una pandemia che va combattuta non a parole ma con azioni (vaccinazioni) e comportamenti (cautele). Come appunto il «green pass», quel lasciapassare sanitario contestato dai No vax che, in queste ore, sia nelle piazze fisiche (con gli assembramenti vietati, non dimentichiamolo) sia nelle piazze virtuali, si sono lanciati senza se e senza ma contro la decisione assunta dal Governo Draghi e largamente sostenuta dalle forze politiche, fatta qualche eccezione e distinguo. Ma, restando ancorati agli interessi dei partiti, andrebbe rimarcato che in questo caso non è in gioco un’idea politica ma qualcosa di più, il futuro del Paese sul piano strettamente sanitario e anche sul fronte sociale ed economico, se davvero non si vuole correre il pericolo di un nuovo e probabilmente fatale lockdown. Perché tanto per essere concreti, e visto che la variante Delta colpisce soprattutto i più giovani (non per una predisposizione ma solo per gli assembramenti), va aggiunto che oltre alla fascia 12-30 anni (milioni di persone) all'appello mancano oltre due milioni di over 60, ovvero la categoria che senza la vaccinazione rischia il ricovero o la terapia intensiva nei casi più gravi nell'eventualità di un contagio.

Di fronte al ricatto silenzioso di chi fa finta di nulla, sarebbe inoltre opportuno ricordare che il «green pass» sarà decisivo non solo per recarsi al ristorante o al bar, ma anche per accedere agli eventi culturali all'aperto o al chiuso, per tornare a guardare una partita di calcio allo stadio e a tifare per la squadra del cuore e soprattutto – forse il passo più decisivo – per non avere problemi alla ripresa dell'anno scolastico, tra qualche settimana, e per quel vasto mondo che ruota intorno all'istruzione e all'educazione e che riguarda milioni di bambini, ragazzi e giovani. Lo scatto in avanti nelle prenotazioni per vaccinarsi va dunque visto anche per queste ricadute dirette e collaterali e non soltanto per trascorrere in sicurezza una bella conviviale serata. E l'auspicio è che possa essere il passo giusto per una immunizzazione larga: per proteggersi e per proteggere i nostri interessi lavorativi e le relazioni sociali.

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