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L'analisi

Mattarella, i suoi primi 80 anni e la partita quirinale

Tanti auguri al Presidente della Repubblica, ma tanti auguri soprattutto all’Italia. Ne avrà, ne avremo davvero bisogno

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Sergio Mattarella, presidente della Repubblica italiana

Niente praterie aperte dal Recovery o dai vaccini. Al contrario, la politica italiana si prepara ad affrontare, nei prossimi mesi, un sentiero stretto, simbolicamente inaugurato dagli ottant’anni compiuti oggi dal Capo dello Stato Sergio Mattarella.
Una ricorrenza che apre una specie di valzer dei numeri e delle date: il soffio sulle candeline coincide sostanzialmente con il tramontare del settennato quirinalizio. Il 3 agosto, infatti, si apre il semestre bianco con annesso divieto di sciogliere le Camere. Un passaggio non privo di conseguenze: la corsa all’elezione del nuovo presidente finirà fatalmente con l’invertire le priorità dell’agenda politica italiana. A favor di telecamera tutti continueranno a stracciarsi le vesti per le riforme, per l’uscita dalla pandemia, per la crisi occupazionale e per quella finanziaria, ma ogni mossa sullo scacchiere, fosse solo l’avanzata di un pedone, sarà imbastita avendo solo in vista la corsa per il Colle. Un monopolismo delle attenzioni, un gioco periglioso cui è necessario sommare un’altra variabile di non poco conto: le elezioni amministrative.

Consultazioni che coinvolgeranno una Regione, la Calabria, e oltre mille Comuni, fra cui una pletora di pesi massimi (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna), e per le quali non c’è ancora una data certa, oscillando la forbice tra il 15 settembre e il 15 ottobre, Covid permettendo.

Non sfugge a nessuno come ogni passaggio concorra a comporre un groviglio politico quasi inestricabile, in cui la sopravvivenza forzata del Governo costituisce più un limite che una garanzia di stabilità. Sollevare i partiti dalla responsabilità di un prematuro ritorno alle urne, infatti, significa sostanzialmente autorizzare una specie di quarto d’ora di ricreazione. Il semestre bianco come terra di nessuno in cui ogni colpo di testa è concesso, un po’ come succedeva a scuola in quei quindici minuti in cui la responsabilità dei singoli sfioriva sull’altare dell’impunità collettiva. E non è nemmeno detto che tanto agitarsi porti a un risultato concreto, almeno nei suoi nessi fondamentali. Mattarella ha «governato», nel senso attribuibile alla presidenza della Repubblica, un settennato denso di accadimenti inediti a cominciare dalla nascita del primo laboratorio europeo nazional-populista, dal Colle guardato con malcelata diffidenza, rovesciatosi poi nel suo contrario ecologista e progressista. Un unicum nella storia di una Repubblica oggi piagata dal disastro pandemico e dalle drammatiche ricadute economiche dell’emergenza sanitaria. Doveva essere, se non una crociera, una ragionevole avventura ma è diventata una fatica di Sisifo. Anche a fronte di tutto questo, il Capo dello Stato ha più volte manifestato la volontà di non bissare l’esperienza del predecessore Giorgio Napolitano, chiamato a resistere oltre l’estinzione del mandato per mancanza di accordo tra le parti. Vorrebbe chiudere nei tempi, senza proroghe forzate. Un’opzione che la presenza di Mario Draghi sembrerebbe incoraggiare ma, per paradosso, proprio la necessità di mantenere l’ex governatore della Bce ben saldo a Palazzo Chigi per ultimare il percorso intrapreso potrebbe comportare, per l’inquilino del Quirinale, la necessità di uno sforzo ulteriore, né gradito né preventivato.

Tutto ruota, manco a dirlo, intorno alle riforme, croce e delizia di questa fase concitata. Più croce, in realtà, perché non è un mistero che ogni provvedimento minacci l’identità profonda di partiti sempre più traballanti e indeboliti dallo stress test della grande ammucchiata. La corsa al Quirinale, d’altra parte, autorizza le più improbabili alleanze e le più inaspettate interlocuzioni. Le amministrative, a chiudere il cerchio, richiamano tutti a un ordine e a una compattezza che dovrebbe raggiungersi non grazie a Roma, ma nonostante Roma, lì dove le lezioni sono sospese e impazza il Carnevale.
Insomma, la tempesta perfetta non è una eventualità apocalittica da profeti di sventura ma una possibilità declinabile in una serie di singoli episodi: il Movimento 5 Stelle, in cerca di riscatto e pronto al nuovo corso, potrebbe «strappare» per non aver avuto giustizia sulla Giustizia. Il centrodestra, diviso fra dentro e fuori, rischia di gettare alle ortiche il primato alle urne in nome di calcoli strategici con vista sul Quirinale. Una follia, in apparenza, ma nell’oasi semestrale dove tutti sventolano l’immunità diplomatica basta che all’orizzonte del Colle appaia un Matteo Renzi in fregola di chiacchierare ed ecco che che si complica il certo e si scortica l’ovvio. E che dire del Partito democratico, sospeso tra l’inquietudine del M5S, gli sbandamenti a destra di Matteo Renzi e la difficoltà di mettere in cassaforte un provvedimento, il ddl Zan, con il proprio logo impresso a chiare lettere. Con in più addosso quella inquietante sensazione di aver abdicato alla propria vocazione maggioritaria (o presunta tale) un po’ troppo presto.

A conti fatti, passa l’idea che lo stretto sentiero sia in realtà una specie di pentola a pressione, moltiplicatrice di sottotrame e nemica della qualità dei contenuti che bisognerebbe imbastire con mente lucida e sguardo disteso. La debolezza del Governo indotta dal semestre bianco potrebbe avere, come prima vittima, proprio quelle riforme da cui dipendono i soldi del Recovery ma soprattutto la correzione di alcuni atavici vizi nazionali. La campanella, però, sta per suonare. Liberi tutti e poveri noi.
Tanti auguri al presidente Mattarella, dunque, ma tanti auguri soprattutto all’Italia. Ne avrà, ne avremo davvero bisogno.

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