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Non è ancora chiaro quale sarà la sorte del Ddl Zan sulla omobitransfobia. Al di là delle divisioni politiche, il disegno di legge non ha riscosso unanimità di consensi né fra i partiti né nella società civile. A pesare sono soprattutto i due principali obiettivi perseguiti e cioè l’introduzione del concetto di «genere» – per la prima volta legislativamente definito - e l’introduzione nel Codice penale di nuove fattispecie di reato come la discriminazione di genere o l’incitamento all’odio verso persone Lgbt o disabili.

Il concetto di «genere» in Italia risulta ancora molto divisivo, come documentato dalle ampie polemiche delle ultime settimane. Arricchire poi il Codice di nuove fattispecie di reato non sarebbe indispensabile in quanto, come rilevato da autorevoli giuristi, esistono già le aggravanti generiche dei «futili e abbietti motivi» che consentono di inasprire le sanzioni nei confronti di chi per esempio aggredisca una persona perché è gay. Ma, obiettano i sostenitori del Ddl, un’aggressione fisica o verbale che discrimina qualcuno per il suo orientamento o per la sua identità non può essere solo un’aggravante come futile o abbietto motivo, bensì si tratta di una discriminazione sistemica.

Esattamente come accade oggi con le categorie previste dalla legge Mancino: perché un attacco motivato da un movente religioso o etnico non rientra tra i «futili motivi»?
Tutto questo mette in luce uno dei limiti del Ddl Zan: non affronta i problemi diffusi e molto spesso misconosciuti delle persone Lgbt.

Se il Ddl accanto al tema del genere e della omobitransfobia avesse affrontato anche altre questioni che affliggono chi vive una realtà di questo tipo, avrebbe ricevuto più ampi consensi nella società e forse sarebbero cadute anche molte delle posizioni preconcette di alcune parti politiche.

Esistono, per esempio, una serie di questioni che, seppure molto spesso di competenza delle Regioni, da una legge nazionale potrebbero avere un considerevole aiuto. L’esistenza più difficile è quella delle persone che decidono di cambiare sesso. Le statistiche dicono che sempre più spesso la presa di coscienza di tale necessità avviene nell’adolescenza, periodo della vita che già di suo è complesso. Ma anche l’omosessualità – sempre più spesso - emerge in questa fase. In entrambe le situazioni per le famiglie si stratta di uno choc e talvolta c’è il netto rifiuto ad accettare la nuova situazione. Ci sarebbe bisogno di un intenso lavoro psicologico sia per i soggetti interessati che per le famiglie. A oggi non ci sono – se non in rari casi – strutture pubbliche in grado di assistere i minorenni e le famiglie.

Assistenza psicologica gratuita a ragazzi e ragazze è fornita dai Centri di transizione, che si occupano di soggetti che vogliono cambiare sesso. Sono multidisciplinari, ma sono presenti solo in otto regioni e non possono prendere in carico i genitori, spesso il vero grande problema. Se papà e mamma hanno bisogno di terapia psicologica devono pagarsela da sé e non tutte le famiglie possono permettersi una spesa, la cui utilità in molti casi non è nemmeno compresa.
Altro tema importante riguarda tutte le difficoltà burocratiche. Per fortuna, in diverse città sono ormai risolti, ma ancora in molte scuole e uffici pubblici non esiste una cultura di genere.

Il ddl Zan prevede una giornata per diritti delle persone Lgbt, ma punta sulle scuole dove – rispetto al resto del paese – forse sta nascendo una sensibilità maggiore, mentre vengono ignorati altri ambienti, nei quali talvolta emergono le discriminazioni. Basta andare in un ufficio anagrafe e chiedere, per esempio, di conoscere le procedure per ottenere un cambio di nome oppure informazioni per ottenere la patente con i dati personali aggiornati alla nuova identità sessuale: si raccolgono imbarazzati silenzi, perché gli impiegati non sanno che cosa rispondere, oppure qualche irritante e allusivo risolino. Per fortuna, in molti uffici pubblici sono state superate queste difficoltà, così come è prassi pressoché comune per le Università adottare il cosiddetto «doppio libretto» per evitare che possa emergere la contraddizione fra nome e genere in soggetti in fase di transizione.

L’elenco degli esempi potrebbe andare avanti e le persone che vivono queste tragedie li conoscono benissimo, così come i medici che se ne occupano. E questo sarebbe un altro problema: non sono sufficienti gli psicologi, gli endocrinologi, i chirurghi plastici, gli avvocati e tutti gli altri specialisti necessari per un’assistenza decente. Ma le Regioni e le Asl ancora in troppi casi non sono adeguatamente attrezzate per far fronte a questi problemi.
L’ultima considerazione riguarda la libertà d’espressione che, secondo alcuni, verrebbe messa a repentaglio dall’articolo 4 del Ddl Zan.

Forse il testo si può formulare in modo da non lasciare spazio a interpretazioni interessate, però oggi servirebbe concentrarsi sul prendere coscienza del peso delle parole, visto che facilmente ci si lascia andare a commenti e reazioni troppo impulsive, cattive abitudini mutuate dai social. Potrebbe essere l’occasione per riflettere sul come in generale ci si pone nei confronti degli altri, anche quando si vuole esprimere un dissenso, a prescindere dal loro genere o dal fatto che siano disabili.
Affossare questo Ddl, pur caratterizzato da qualche limite, equivarrebbe a nascondere ancora la testa sotto la sabbia davanti alle discriminazioni, negando di fatto l’esistenza di episodi frequenti e fondati sull’odio verso il diverso. Tutto resterebbe così com’è ancora per chissà quanto tempo. Insomma, un Ddl Zan almeno per cominciare.

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