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Non è una trama qualsiasi quella di «rombo di tuono» per sottolinearlo con il linguaggio originale breriano (è al grande Gianni Brera che si deve questa inventiva onomaturgica). È una storia di calcio, di un grandissimo atleta ma soprattutto di un uomo che le varie generazioni di appassionati avrebbero voluto avere come amico, papà, zio, nonno oltre che come compagno di squadra (per chi ha giocato e gioca a pallone). È la vicenda umana di Gigi Riva. 

Una narrazione che diventa un film (a breve partiranno le riprese in Sardegna) e che conferma l'attenzione del piccolo e grande schermo per le storie dei campioni di casa nostra (da Totti a Baggio per parlare delle ultime produzioni) che hanno registrato successi di audience stratosferici sui canali satellitari e sulle piattaforme.
Dal film cult Fuga per la vittoria con Pelè tra gli attori protagonisti e ispirato alla «partita della morte del 1942» fino al più prosaico L'allenatore nel pallone con il nostro Lino Banfi, il cinema e la televisione hanno sempre pescato nel variegato mondo del calcio per sviluppare racconti: di riscatto sociale, di emancipazione personale (su tutti il film Goal!), di violenza e di emarginazione (Hooligans oppure Ultrà). Il calcio come metafora della vita e mai come in quella di Gigi Riva c'è tutta la testimonianza dell'esistenza antropica: i gol, lo scudetto, la maglia azzurra, gli infortuni gravi, il ritorno in campo, i titoli di capocannoniere fino all'addio precocissimo all'attività agonistica (Riva si ritirò ad appena 32 anni) dopo essere stato campione d'Italia con il Cagliari, campione d'Europa con l'Italia nel '68, nell'unico titolo conquistato dagli Azzurri a livello continentale, e ancora vicecampione del mondo a Mexico 70, secondo al «Pallone d'oro» dietro Gianni Rivera nel 1969 e terzo nel 1970 dietro Müller e Moore (stiamo parlando dell’Olimpo degli dei), tre volte capocannoniere della serie A, 35 gol in 42 partite con la Nazionale di Valcareggi.
E intorno a quello che accadeva in campo, ormai nella hall of fame, spiccava anche la celebrazione dello spirito libero di Gigi Riva, il legame straordinario con la Sardegna e il suo popolo, da emigrato al rovescio, lui lombardo del varesotto, fino a diventare lui stesso simbolo di quell'isola stupenda e selvaggia con la conquista dello storico scudetto del 1970, pochi mesi prima dei Mondiali del Messico e della partita del secolo, quell'Italia-Germania 4-3 che ha ispirato registi e scrittori.
Gigi Riva è una storia da raccontare proprio per questo, perché accanto al mito del calciatore (e lo era a giusta ragione) l'uomo non si è mai perso, manifestandosi al contrario attraverso la pratica dell'etica, del rigore morale, di quella folle idea che nella vita non c'è sempre un prezzo perché c'è chi è predisposto più che disposto a non farsi comprare. Così alle valanghe di soldi, di vantaggi personali, di benefit commerciali, Gigi Riva, in più d'una circostanza e nel pieno della sua memorabile carriera calcistica, ha preferito i valori, la vita laterale, il mare della Sardegna, l'intimità di una amicizia sincera invece dei riflettori h24 della ribalta come in un gigantesco «Grande fratello» al pari di quella banalità paludata e ipocrita che accompagna oggi le storie di chi ha trasformato lo sport e il suo precipitato sentimentale solo in una questione di affari e di quotazioni in borsa.
«Nel nostro cielo un rombo di tuono», questo il titolo del film dedicato alla vita di Gigi Riva, va dunque a colmare un vuoto. Perché Riva con la maglia numero 11 (ritirata dal Cagliari nel 2005) sapeva sedurre il pubblico con la naturalezza del gesto quasi stregonesco, fra il tiro mancino e il dribbling stretto in quella rapidità di movimento che trasmetteva allo spettatore-tifoso (anche avversario) una visione disincantata del calcio. Ma soprattutto perché, da autentico uomo di sport, ha saputo scegliere il momento giusto per dire stop, dimostrando di aver sempre avuto un rapporto autentico con le cose realizzate nella vita professionale e in quella dei sentimenti.

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