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Ripartiamo ma diciamoci anche come ripartire

Il lavoro che attende tutti è enorme. Non a caso il tempo presente è stato paragonato al periodo postbellico e il Recovery fund al Piano Marshall

Ripartiamo ma diciamoci anche come ripartire

Stiamo ripartendo. Lo si sente nell’aria, lo si vede davanti ai bar e ai ristoranti, lo si scopre trovando già tutto esaurito nelle località di vacanza, lo dicono gli indici dell’Istat e tra un po’ dovrebbero farlo capire anche gli anticipi del Recovery fund. Bene dunque, abbiamo tutti voglia di lasciarci alle spalle quattordici mesi di lutti, sofferenze e privazioni. Ma questo può bastare?

C’è una questione alla quale non abbiamo ancora dato la giusta attenzione: «come» ripartire. Se il «quando» è chiaro, cioè subitissimo, le modalità sono ancora confuse. Se non si fa chiarezza sul «come» c’è il concreto rischio di sprecare un’occasione enorme per costruire la prosperità dei prossimi decenni. A parole siamo tutti d’accordo, nei fatti c’è la babilonia più totale. Ogni Regione se ne va per la sua strada, neppure sul piano vaccinale – con buona pace del generale Figliuolo – c’è unità di vedute e di applicazione. È come nelle squadrette parrocchiali dove tutti corrono dietro al pallone senza pensare a un minimo di organizzazione. Così non si va da nessuna parte e vincerà la logica dell’arraffa arraffa.
C’è poi quello che è diventato un pericolo purtroppo endemico: la criminalità. I fatti di Foggia accaduti in questi giorni ne sono l’ennesima prova. Se le accuse della magistratura saranno confermate, sarà un’altra bruciante sconfitta per la politica e per la società.

È vero che le istituzioni hanno a lungo trascurato la Capitanata e i suoi problemi lasciando che la criminalità comune e la mafia garganica e cerignolana prosperassero. Ma è altrettanto vero che gli amministratori oggi sotto accusa sono stati democraticamente eletti dal popolo. C’è da chiedersi allora quali siano i modelli etici e politici che in questi anni sono stati trasmessi alle generazioni di giovani che poi si sono ritrovati a essere eletti ed elettori.

Ai foggiani onesti tocca oggi un compito difficile e costellato di insidie: ricostruire non solo economicamente, ma anche eticamente il contesto sociale. I partiti – tutti – dovrebbero avere l'intelligenza e il buon gusto di fare un passo indietro e di sostenere una squadra di persone perbene e capaci. A Foggia ce ne sono, come ci sono in ogni città d’Italia, anche se in molti giustamente hanno paura. Paura non solo di ritorsioni criminali, ma paura di trovarsi isolati, senza il sostegno delle istituzioni e senza l’appoggio di quei corpi intermedi che costituiscono l’ossatura di ogni contesto sociale. Non sarà un caso se oggi nessuno vuol fare il sindaco e non solo a Foggia. Da Torino a Milano a Roma, municipi un tempo ambitissimi, addirittura da preferirsi a un ministero, c’è una fuga dalla fascia tricolore. Si lascia così il campo o ai mediocri o ai disonesti. Non è il modo migliore per ripartire.

Il lavoro che attende tutti è enorme. Non a caso il tempo presente è stato paragonato al periodo postbellico e il Recovery fund al Piano Marshall. Il paragone ci può stare, con le dovute differenze. Fra queste proprio le modalità della ricostruzione. Accanto alle infrastrutture materiali – dall’alta velocità dei treni, alle strade, alle reti telematiche – oggi c’è un bisogno profondo di ricostruzione etica e spirituale. Le furberie e le ruberie nascono dal fatto che i più giovani hanno visto prevalere i più disonesti, non i più meritevoli. È un cerchio che va spezzato con un’operazione di verità, solo che la verità richiede coraggio, in chi l’annuncia e in chi l’ascolta.

È chiaro allora che la ripartenza non ha bisogno soltanto del dibattito sul quantum, che è senza dubbio fondamentale, ma necessita di discussioni anche sul come, perché nella dinamica di ogni processo – sia esso industriale – economico – culturale – molto spesso è proprio il come a determinarne il successo o il fallimento. Sia d’esempio la Cassa per il Mezzogiorno che nella sua prima fase, quando le modalità d’intervento erano trasparenti e mirate a risolvere i problemi del territorio meridionale, si è rivelata uno strumento di formidabile efficacia. Al contrario, nella seconda fase, quando le modalità d’intervento sono diventate opache e gli obiettivi sono stati dettati dalle clientele e da interessi particolari, la Cassa per il Mezzogiorno si è trasformata in un inutile e costosissimo carrozzone.

Oggi si preferisce istituire task force e «tavoli», facciamolo pure, ma anche in questo ci sono modalità da definire: in quei consessi non possono ancora sedere i soliti amici degli amici, l’Italia – grazie a Dio – ha energie e cervelli che esporta regolarmente all’estero. La pandemia ci ha mostrato file di scienziati italiani che lavorano nei più prestigiosi centri di ricerca internazionali. L’emergenza ha costretto l’opinione pubblica ma anche chi muove le leve decisionali a prenderne atto. Se contro il virus abbiamo schierato le truppe scelte perché non potevamo sbagliare, non possiamo sbagliare neppure oggi quando dobbiamo decidere in che modo ripartire. Perché questo, al di là delle casse di euro in arrivo non è per nulla chiaro. In compenso sono già belle e pronte le strategie per occupare la poltrona di Palazzo Chigi. Come? Con le solite furbate.

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