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Migranti, è il tempo di alzare la voce con l’Ue

Sarà sufficiente il prestigio internazionale di Draghi per richiamare l'Europa alla responsabilità sociale oltre che politica nei confronti della questione migranti?

migranti a taranto

Sarà sufficiente il prestigio internazionale di Draghi per richiamare l'Europa alla responsabilità sociale oltre che politica nei confronti della questione migranti? E al netto delle comprensibili e onorevoli posizioni assunte dal premier verso l'Unione europea, sempre tardiva nell'ascoltare il grido d'aiuto che si solleva dall'Italia, il nostro Paese sulla questione migranti ha fatto tutti i compiti assegnati per casa?

In Puglia ad esempio la condizione degli extracomunitari, quasi tutti migranti per motivi di lavoro al pari dei neocomunitari dell'est, è sintetizzata dalla presenza dei ghetti grandi e piccoli che costellano le campagne, dal Tavoliere al Salento.

Questi "slum" all'aria aperta non sono illusioni ottiche, ma la proiezione dell'impotenza, locale e centrale, nel governare e risolvere una questione che rischia di diventare endemica, al pari del dna che governa il destino di queste genti, ovvero essere prima di tutto vittime del caporalato e dello sfruttamento se non della schiavizzazione attraverso fenomeni come la tratta di essere umani.

Di conseguenza, di fronte ad una alleanza quanto mai friabile con l'Unione Europea, la posizione dell'Italia rispetto alla vicenda migranti - al netto delle eccezioni che pure non mancano - diventa idea astratta in assenza di soluzioni tangibili e che saranno urgenti da qui a pochi mesi come dimostrato dagli sbarchi no stop che si registrano in queste ultime settimane.

Alzare la voce con l'Europa è doveroso per una distribuzione della quota parte di questi disperati del terzo millennio, anche perché l'Italia è un Paese civile che non lascia morire le persone in mare, ma è altrettanto doveroso procedere ad un severo esame del come fino a questo momento è stata gestita una situazione territoriale che viene sempre posticipata, di governo in governo. Ed è un limite, perché si è ormai capito che non siamo di fronte ad una deviazione della normalità (senza braccianti migranti la nostra florida agricoltura morirebbe in poco tempo) e neanche di fronte ad un fenomeno transitorio. Tutt'altro.

Ecco perché la vertenza che Draghi ha aperto con l'Unione Europea, pur in presenza di un mezzo fallimento dell'ultimo vertice di Lisbona (erano presenti i Paesi Africani), è utile per rimettere ordine nell'agenda delle priorità e alla voce migranti cercare di risolvere non solo la questione dell'accoglienza e della distribuzione delle quote, ma in chiave locale anche quella dei ghetti.

L'auspicio è che a livello internazionale il premier possa spendere il suo prestigio ed il peso delle sue relazioni, ma per le questioni domestiche questo non è necessario. Per mettere fine all'emergenza ghetti non occorre il via libera della commissione e del Consiglio d'Europa, ma solo una visione d'insieme, plurale (le comunità locali non devono essere bypassate) e allo stesso tempo unica, nel senso che una volta assunta una decisione va perseguita con fermezza altrimenti si continuerà a fare confusione dei destini umani con tanti saluti ai buoni propositi di integrazione sociale.

Rinunciare alla crescita del conflitto politico limitrofo a questa vertenza è l'opzione per favorire una costruzione collettiva intorno ad una soluzione che non può più essere rinviata: per il decoro delle persone, per il controllo del territorio (nei ghetti opera la criminalità locale e di importazione), per combattere il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento, per individuare le aziende sleali, per sostenere le casse previdenziali aggirate dal lavoro sommerso.

Un programma di azioni che non deve diventare una lotteria dei desideri altrimenti è solo dichiarazionismo, un vuoto culturale e politico utile solo al vaniloquio da social.

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