Giovedì 24 Giugno 2021 | 05:43

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Una sofferenza emotiva che corrode e si esprime con depressone

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In principio fu lo stupro, bruto, distruttivo, infame, orrido, sconvolgente, demolente la mente prima ancora che la persona. Poi, nella vittima, incredulità, shock, paura, vergogna, senso di colpa, sentimento di umiliazione, rabbia, isolamento, lutto e perdita di controllo, disturbi fisici, comportamentali, la constatazione di un “nemico” che quello ti ha lasciato dentro e che ti cresce in corpo. E, infine, il rifiuto di conoscerlo, vederlo, riconoscerlo, identificarlo e l’«abbandono». Una sofferenza emotiva che corrode e si esprime con depressone, rabbia, auto isolamento e, intorno il nulla, l’odio contro lo stupratore ignoto e le sue tracce.


Un male che il tempo non «guarisce», che annulla persino le connotazioni ormonali, l’istinto materno e che motiva la fobia, il segreto, la vergogna e riducono madre e nascituro/nato ad oggetti agiti. Un figlio che sbatte contro uno zoccolo duro e che non entra nella dimensione psichica materna, che non è generato nel suo pensiero, non è visto piuttosto rifiutato, ignorato. La sospensione, il conflitto, il rigetto.


È accaduto alla mamma di Daniela Molinari che, a 19 anni (48 anni fa; la maggiore età passata dai 18 ai 21 anni fu fissata nel 1975) nell'ospedale di Como, che, dopo un travaglio intimo che pochi possono immaginare, ha accettato di rompere il proprio segreto, la voglia di oblio e si è fatta prelevare il sangue necessario per consentire la «ricostruzione» della mappa genetica indispensabile per le cure (in fase sperimentale) per il proprio cancro. Un gesto che molti diranno doveroso ma che invece, a chi conosce le valenze interiori della vittima sopravvissuta allo stupro, significa «valoroso, generoso», direi eroico che ha superato, tacitato il sentimento di odio verso quel messaggio di violenza che l’aggressore le aveva lasciato e che ora, da fantasma che era diventato, si materializza con una richiesta. Un ricordo che la coscienza della donna non aveva accettato, aveva rifiutato, cassato dalla propria mente. Una difesa, un buio ed un silenzio da comprendere e da inserire nel «rape trauma syndrome» che include interruzioni del normale comportamento fisico, emotivo, cognitivo e interpersonale (la prima descrizione si deve a due donne: Burgess, infermiera e Holmstrom, sociologa, nel 1974).


Si è trattato, per quella madre, di rielaborare un dolore complesso e mai sopito, di violentare le aree cerebrali coinvolte (corteccia frontale e prefrontale, ippocampo, amigdala, che processano e regolano le emozioni e le funzioni della memoria) di compiere un doloroso remember. E quella siringa di sangue donato è solo la evidenza esteriore di micro sanguinamenti che hanno coinvolti mente e corpo, tutto l’essere; quell’ago non ha punto una vena ma l’intelletto, l’intimo a lungo taciuto, l’oblio faticosamente acquisito e mantenuto da quella mamma, tale suo malgrado.
Ha vinto l’amore. Che questo caso, almeno, sia di monito ad un’umanità distratta e colpevolizzante la vittima piuttosto che il causante primo e malvagio.

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