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Con una rimonta spettacolare Michele Emiliano riconquista una regione che fino a pochi giorni fa, secondo parecchi sondaggi, pareva riassegnata al suo rivale Raffaele Fitto. Sembrava un’impresa disperata quella del gladiatore pugliese. Ma Emiliano ha dimostrato di possedere la tempra del lottatore e, nonostante la rottura della coalizione di governo, che in Puglia si è presentata con tre candidati diversi, è riuscito a battere uno schieramento che per la prima volta si era presentato unito, per giunta corroborato dlla presenza costante, in Puglia, di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

Bisogna dire che Emiliano, come un leone, ha vinto da solo contro tutti. Ha sconfitto non solo Fitto, Meloni e Salvini, ma ha battuto anche Matteo Renzi e Carlo Calenda, e tutti coloro, anche all’interno del Pd nazionale, che avrebbero voluto una candidatura diversa in Puglia, per non perdere l’appoggio dell’elettorato pentastellato. Emiliano ha sfidato anche il partito degli scettici, riuscendo con l’appello al voto utile, cioè disgiunto, a recuperare l’appoggio di larghe fasce dell’elettorato grillino. Anche questa pareva una mossa velleitaria, priva di sbocchi. Invece, smentendo tutti i pronostici e molti profeti di professione, il presidente uscente si è confermato presidente rientrante.

Decisivo per Emiliano è risultato il fattore Bari, con il sindaco Antonio Decaro impegnato in prima fila per il suo ex sindaco. Decisivo per Emiliano è risultato il sostegno del ministro Francesco Boccia, anch’egli pancia a terra per il suo ex sindaco. Decisivo è stato l’appello di Nichi Vendola, il suo richiamo alla vittoriosa Primavera pugliese.

Decisivo per Emiliano è risultato pure il tipo di campagna elettorale da lui impostato. Una campagna elettorale concentrata nel rintuzzare minuto per minuto, punto per punto, le incursioni pugliesi di Matteo Salvini. Il capo della Lega non esce bene da questa tornata elettorale, sia perché non è riuscito a sfondare in Toscana, sia perché in Puglia non si è rivelato quel jolly che avrebbe potuto aiutare Fitto nell’operazione di riconquista della Regione Puglia.

Non esce bene in Puglia neppure la Meloni (si consola però con le Marche) che, in caso di vittoria fittiana, avrebbe presentato una richiesta di pesante ipoteca per la leadership del centrodestra nazionale. Oggi l’unico vero vincitore nel centrodestra si chiama Luca Zaia, il presidente veneto che ha surclassato, indirettamente, il suo leader politico. L’altro vincitore implicito è Giancarlo Giorgetti, messo in ombra dal Capitano, di cui non condivide il piglio muscolare e palesemente sovranista.

L’esito delle regionali, ma anche del referendum sul taglio dei parlamentari, ha sicuramente messo di buon umore il presidente del Consiglio. Conte ora potrà concentrarsi sulle misure per il Recovery Plan, nella consapevolezza che sono venute meno le premesse per eventuali imboscate alla sua nave governativa. Anche il ministro Di Maio esce piuttosto rafforzato dal test elettorale, in particolare dalla prevalenza del sì al taglio dei parlamentari. È stato, Di Maio, tra i pochi a fare campagna elettorale per un obiettivo simbolo del movimento grillino. Operazione centrata. Adesso bisogna mettere mano alla riforma elettorale e anche a qualche ritocco costituzionale.

Non sappiamo se Emiliano approfitterà del suo trionfo personale per ambire a un primario ruolo nazionale. Se così fosse, l’ambizione sarebbe più che giustificata alla luce della clamorosa rimonta elettorale verificatasi in Puglia. In attesa, però, di conoscere cos’altro farà da grande il presidente della Regione, una considerazione s’impone sùbito. La Puglia e il Mezzogiorno hanno bisogno di una massiccia infrastrutturazione immateriale e materiale, resa ancora più urgente dall’emergenza economico-sanitaria causata dal Coronavirus. La fibra ottica è fondamentale per velocizzare i collegamenti. La banda ultra-larga deve raggiungere ogni abitazione nella regione. Ne va del futuro economico del Mezzogiorno. Ne va delle nuove prospettive produttive accelerate dalle soluzioni telematiche al lockdown.

I pugliesi hanno ribadito piena fiducia nel loro presidente, atteso ora alla prova più difficile (la pandemia persistente) e più esaltante: poter governare con maggiore scioltezza e libertà di movimento, così come accade ovunque nelle seconde legislature.

La Puglia ha la possibilità di collaborare con un governo amico nella stesura del Recovery Plan da presentare, dettagliato e scadenzato, alle istituzioni europee.
Il voto pugliese e nazionale, con la sconfitta del sovranismo salviniano, e la vittoria dell’anti-salvinismo di centrosinistra e dell’anti-salvinismo filo-europeo di destra (Zaia e Giorgetti) agevola il compito di Conte e ministri nel rapporto con l’Europa. Finora l’Italia ha potuto contare sulla comprensione delle massime autorità comunitarie, a cominciare dalla presidenza della Bce. Sarebbe accaduta la stessa cosa, avrebbe l’Italia ricevuto il medesimo trattamento se il governo romano avesse inviato, nelle capitali continentali, ministri dichiaratamente sovranisti, anti-europei e anti-euro? Sicuramente no, a meno che gli ambasciatori leghisti nell’Unione si fossero chiamati Giorgetti o Zaia.

Per Salvini e la Meloni la delusione pugliese rappresenta una dura lezione: gli elettori sanno distinguere tra centro e periferia, gli elettori non gradiscono invasioni quotidiane da parte di maggiorenti nazionali, quando sono in ballo i destini delle istituzioni territoriali (parentesi: speriamo che il mancato successo della Lega salviniana al Sud non spinga gli irriducibili del Carroccio a riproporre soluzioni ad alta pericolosità per l’unità del Paese, come l’autonomia differenziata spinta, in tal caso sarebbero scintille tra Nord e Sud).

Comunque. Anche la vittoria referendaria del Sì ai tagli dei parlamentari può spingere verso un nuovo approccio della politica. Non è in ballo la questione della rappresentanza di collegio. È in ballo la qualità del ceto politico. Troppi parlamentari non costituivano uno scandalo, ci mancherebbe. Ma spesso i più si distinguevano nella corsa ad assaltare la diligenza per raggranellare il massimo a vantaggio dei propri apparati di riferimento, ossia delle clientele.
Ecco. Speriamo che il mix tra voto referendario e voto regionale aiuti a combattere i vecchi vizi della politica che, pur non costituendo un’esclusiva prerogativa meridionale, nel Sud producono i danni maggiori.

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