Giovedì 06 Agosto 2020 | 09:44

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Situazione d’eccezione e Repubblica parlamentare

Ha fatto molto discutere l’intenzione del premier di prorogare lo stato d’emergenza per tutto il 2020

Non bisogna  spegnere  il «lumicino» della ragione

Ha fatto molto discutere l’intenzione del premier di prorogare lo stato d’emergenza per tutto il 2020. Le interpretazioni più critiche hanno evidenziato il disegno di conservare a tutti i costi il potere a fronte di un quadro politico frammentato ed in continua evoluzione. C’è chi è arrivato a sostenere che il vero obiettivo di questo orientamento sia quello di rinviare le elezioni regionali il cui esito, in conseguenza della possibile vittoria della coalizione di destra-centro, potrebbe contribuire alla destabilizzazione dell’attuale maggioranza, eterogenea per cultura politica e poco coesa su diverse questioni di metodo e merito.

Le interpretazioni meno critiche hanno, invece, sottolineato che alla base di questa volontà vi è l’opportunità di predisporre le condizioni più idonee dal punto di vista legislativo per affrontare una nuova ondata di contagi. Il dibattito ha finito inevitabilmente per ruotare intorno alla natura dei poteri che il Governo deve acquisire in presenza di una situazione emergenziale, oltre che intorno al ruolo che, a maggior ragione in questo frangente storico, devono svolgere Senato e Camera. Con il referendum costituzionale del 2 giugno 1946, proprio per contrastare i pericoli legati allo schema dell’uomo solo al comando, gli italiani scelsero la Repubblica. La forma di governo che a questa scelta venne associata fu quella parlamentare. Le Repubbliche, infatti, si distinguono in “presidenziali” e “parlamentari”.

Nelle prime il Presidente, legittimato da un’elezione popolare, dispone di un numero consistente di poteri e prerogative poiché concentra in sé le funzioni di Capo dello Stato e di Capo del Governo. Nelle seconde, invece, il potere è detenuto dal Parlamento che elegge il Presidente della Repubblica: figura distinta dal Capo dell’Esecutivo, la cui fiducia (o sfiducia) dipende dalla volontà politica maturata ed espressa dei membri delle assemblee legislative. Membri denominati nel lessico gius-costituzionalistico “elettori passivi”, visto che ad essi si riconosce un grado di minore attività rispetto a chi esercita il (sacrosanto) diritto di voto. E’ il modello della democrazia rappresentativa. Modello costruito sul valore della sovranità popolare. L’Italia ha un sistema parlamentare programmato sul meccanismo del bicameralismo perfetto che riconosce parità funzionale ad entrambe le Camere.

Il tema che qui si sta affrontando ha a che fare con l’estensione della Costituzione materiale rispetto alla Costituzione formale, senza che la prima si sviluppi necessariamente a discapito della seconda. La Costituzione materiale si può considerare, infatti, il modo in cui una classe politica, dato un determinato periodo storico, attua nel concreto l’insieme delle regole e dei principi generali, anche con l’intento di adattarla alle trasformazioni sociali in atto, ma senza che vi siano modifiche formali. Modifiche che, peraltro, i cittadini italiani hanno dimostrato di non gradire quando nel 2016 fu sottoposta alla loro valutazione un ampio progetto di riforma istituzionale attraverso referendum.

Il modo più corretto di affrontare questo problema, se vogliamo relazionarlo all’emergenza economico-sociale e ai rischi legati ad una nuova emergenza sanitaria da Covid-19, è quello di riflettere sul confine esistente tra “regola” ed “eccezione”. Confine che di certo non può essere troppo labile, dovendo le differenze essere (giocoforza) riconoscibili ed identificabili, pena la perdita d’efficacia della regola medesima e pena l’elevazione a paradigma dell’eccezione. La domanda da collocare con determinazione nel discorso pubblico è se vi siano o meno i requisiti per ricorrere all’eccezione, ovvero se vi siano i presupposti della proroga dello stato emergenziale sino all’ultimo giorno dell’anno.

Il requisito più importante perché ciò avvenga o possa avvenire è quello dell’attualità: l’emergenza deve essere in atto, effettivamente. Nella fattispecie che stiamo esaminando in queste righe la proposta di proroga è stata avanzata da Conte sotto forma di annuncio in base alla previsione che in autunno la diffusione del contagio riprenda vigore e consistenza. Scenario possibile, ma non probabile. Scenario che genera un interrogativo di fondo: perché prorogare il ricorso ad un sistema decisionale varato nei mesi più difficili e drammatici della pandemia, quando la situazione – a detta del governo e di molti presidenti di Regione- è sotto controllo, almeno al momento? Una possibile risposta a tale quesito risiede nell’esigenza di munire la macchina dello Stato di strumenti celeri ed efficaci. Vero, ma non si dimentichi che la celerità e l’efficacia non sono compatibili solo con lo stato d’eccezione. Il quale contempla, tra l’altro, l’ipotesi di agire in deroga alle norme in vigore solamente per periodi brevi e senza che la patologia si trasformi in fisiologia. Il coinvolgimento più fattivo del Parlamento, come sollecitato dalla presidente del Senato Casellati (la quale ha parlato di “invisibilità costituzionale” dell’assemblea di Palazzo Madama), oltre ad evitare che tutte le decisioni si concentrino nelle mani del potere esecutivo – cosa che non è di certo compatibile con il modello della democrazia rappresentativa e parlamentare- conferirebbe ai provvedimenti assunti o da assumere il crisma della condivisione e della corresponsabilità. Crisma opportuno, per tanti motivi.

Arrivati a questo punto occorre essere coerenti: o siamo in una condizione veramente emergenziale dal punto di vista sanitario e allora non si capisce perché la quasi totalità delle restrizioni siano state allentate e/o superate e perché le opposizioni continuino ad essere tenute fuori dall’agire programmatorio e deliberativo del governo; oppure non siamo in questo stato e, quindi, non si comprende perché celebrare il primato dell’eccezione sulla regola. A ben riflettere, non conviene nemmeno al premier muoversi prescindendo dal contributo di chi rappresenta, stando ai voti delle europee e ai risultati dei sondaggi, almeno la metà degli elettori italiani. Né a lui può essere utile alla lunga insistere con i Dpcm. Strumento quest’ultimo che ha ridimensionato il valore collegiale delle decisioni del governo, di cui si rende artefice il Consiglio dei ministri e che prescinde dal voto delle Camere.

Vale la pena di ripristinare la normalità dei rapporti tra Governo e Parlamento se non si vogliono creare precedenti di cui pentirsi in futuro. Si pongano al centro dell’attenzione le soluzioni ai problemi dei cittadini e non le strategie politiche. Il Paese ha bisogno di verità e certezze, nel rispetto pieno e totale delle regole della democrazia. Non di giochi di potere.


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