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Forse è vero che i membri della Academy Award continuano a penalizzare i neri e le donne, tanto da suscitare fra l’altro l’elegante protesta di Natalie Portman che l’altra sera ha indossato un mantello ricamato con i nomi delle registe escluse dalle nomination. Quanto a conflitto sociale, però, Hollywood ci vede benissimo! Resta fedele così a una lunga storia almeno dai tempi del maccartismo, l’anticomunismo ossessivo che nel dopoguerra perseguitò in primis registi e sceneggiatori finiti nel mirino del senatore repubblicano Joseph McCarthy. Dopo l’edizione dell’anno scorso improntata al femminismo del movimento #MeToo, l’Oscar 2020 accoglie e celebra una sorta di Marx 4.0, ovvero il radicalizzarsi della contrapposizione fra Ricchi e Poveri al tempo del capitalismo digitale (altro che reunion sanremese...).
Nella notte delle stelle ha trionfato Parasite del cinquantenne sudcoreano Bong Joon-ho, già Palma d’oro a Cannes 2019. Uscito in tutto il mondo e ora di nuovo nelle sale italiane, il film ha fatto il bingo che fu mancato da La vita è bella di Roberto Benigni nel 1999. Infatti Parasite ha vinto l’Oscar al miglior film, per la prima volta andato a una storia non in lingua inglese (L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci, che sbancò gli Oscar nell’88, era recitato in inglese). Inoltre si è aggiudicato l’Oscar per il miglior film internazionale per cui concorreva tra gli altri Dolor y gloria di Pedro Almodóvar, nonché i premi per la migliore regia e per la sceneggiatura. Un poker memorabile.

Parasite è una commedia «nera» e granguignolesca che racconta di una famiglia brutta sporca e cattiva che, appunto alla maniera dei parassiti, s’insinua nella magnifica villa di una famiglia assai benestante. È un film scandito da una serie di sorprese e con un sentore di «memorie dal sottosuolo» alla Dostoevskij non soltanto per i livelli della scenografia fra gli splendidi ambienti dei ricchi e le sentine dei poveri... No, è che la vita «di sotto» e gli umori, le paure e le speranze underground fanno di tutto per affiorare alla ribalta e affermare il proprio diritto a esistere, a costo di morire e di uccidere. Bong Joon-ho nell’ultimo anno è diventato famoso quanto e forse più dei colleghi connazionali Kim Ki-duk e Park Chan-wook, e dal 20 febbraio sarà sugli schermi uno dei suoi primi film, inedito in Italia, Memorie di un assassino - Memories of Murder, distribuito da Academy Two. Parasite riserva un’ironia «acida» che può ricordare la cifra di certo Monicelli o Scola e nella colonna sonora - come contrappunto della scena clou - risuona In ginocchio da te di Gianni Morandi.

In questa identica luce risplende Joker di Todd Phillips, Leone d’oro dell’ultima Mostra di Venezia, e in particolare il protagonista Joaquin Phoenix che ha vinto l’Oscar per il miglior attore. Pure qui sono di scena la follia familiare e la rabbia sociale verso le diseguaglianze, il conflitto tra élites e popolo, l’ingiustizia che produce esiti drammatici in mezzo mondo. Non a caso, diremmo, nei giorni scorsi i pompieri di Parigi hanno sfilato in corteo indossando la maschera di Joker, con quella risata irrefrenabile che magicamente nel finale di Parasite pare quasi «contagiare» il ragazzo operato al cervello. Joker è ben più della «solita» incursione nell’universo fantastico DC Comics derivato dalla serie a fumetti di Batman. È un drop out, un emarginato, un diverso. È un antieroe della Rivolta a partire dall’Io diviso, schizofrenico e violento che Joaquin Phoenix rende con una sofferta e corrusca interpretazione, giustamente premiata.
«Dobbiamo lottare contro l’idea che una razza, un’idea, sia dominante rispetto a qualcuno impunemente», ha detto l’attore americano nel suo discorso un po’ rapsodico dedicato al fratello River Phoenix morto giovanissimo nel ‘93, affermando che il dono più grande che gli ha offerto il cinema è «poter dare voce a chi non ha voce». Come suonava quel vecchio titolo? Scene di lotta di classe a Beverly Hills...

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