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Storia sottosopra sulla Shoah, e uno su cinque omaggia il Duce

I dati diffusi ieri dall’Eurispes col «Rapporto Italia 2020» confermano che la rimozione della storia è un processo culturale già a pieno regime a livello sociale

Storia sottosopra sulla Shoah, e uno su cinque omaggia il Duce

In questi giorni rimbalza sui social una singolare foto-ricordo da Auschwitz: non è un selfie, e questo testimonia una certa complicità nella ricerca di questa immagine da parte anche di chi l’ha scattata. Una ragazza bruna, con i capelli lunghi, italiana, si è fatta fotografare mentre sorride in una plastica posa da discoteca saltando sui binari che conducono al campo di concentramento. Quella ragazza insomma è tra quegli studenti che hanno viaggiato con la propria scuola sul «treno della memoria» e che però non ha capito niente di questo viaggio, interpretandolo come una gita goliardica. Il fatto è che quella studentessa non è l’unica così impermeabile alla tragedia della nostra storia recente.
I dati diffusi ieri dall’Eurispes col «Rapporto Italia 2020» confermano che la rimozione della storia è un processo culturale già a pieno regime a livello sociale. Il rapporto descrive infatti un Paese che ha dimenticato, anzi rimosso, cancellato l’orrore nazista, tanto che arriva a negare quanto hanno vissuto i nostri genitori o i nostri nonni. Dal 2004 ad oggi è aumentato in maniera esponenziale il numero di quanti ritengono che la Shoah non sia mai avvenuta: erano solo il 2,7 per cento 16 anni fa, oggi sono il 15,6 per cento.

Risultano in aumento anche coloro che ridimensionano la portata del genocidio (dall’11,1 per cento al 16,1 per cento). Sfiora addirittura il 20 per cento la percentuale di quanti credono che Mussolini sia stato «un grande leader che ha solo commesso qualche sbaglio». E poi, variazioni stilistiche sul tema: «gli italiani non sono fascisti ma amano le personalità forti» (14,3% per cento); «siamo un popolo prevalentemente di destra» (14,1), «ordine e disciplina sono valori molto amati dagli italiani» (12,7).
Posto questo scenario, è naturale che i recenti episodi di antisemitismo siano considerati dalla maggioranza come casi isolati, persino come una bravata (37,2 per cento) ma sicuramente conseguenza di un diffuso linguaggio di odio e di razzismo (60,6 per cento). E in questo quadro, non stupiscono neppure le considerazioni intorno all’immigrazione: un quarto degli italiani ha un rapporto negativo con gli immigrati e uno su tre li vede come una minaccia all’identità nazionale. Rispetto a questo, consola dunque poter apprendere che per il 77,2 per cento degli italiani gli immigrati nel nostro Paese vengono sfruttati dai datori di lavoro italiani. Consola pure sapere che i social vengano considerati inaffidabili. Almeno questo...
Che i dati contenuti nel rapporto Eurispes siano allarmanti e insieme inquietanti è fuori di dubbio. Il negazionismo cresce, fecondato da ignoranza e qualunquismo. Certo, in un momento storico in cui si moltiplicano persino i teorici della «terra piatta», è facile negare le atrocità compiute dal nazismo e dai suoi complici. Ma questo ancora di più dovrebbe mobilitare le coscienze perché ciò che è stato non si ripeta mai più.

Negare la Shoah è un ossimoro, una contraddizione della storia, è lo sbiancamento dell’evidenza. Shoah è termine ebraico: in italiano viene tradotto come «tempesta devastante». E tale fu il genocidio nazista, questo fu lo sterminio dei bambini, degli ebrei, ma anche dei rom, dei malati terminali, degli invalidi, degli omosessuali.
Questi dati parlano chiaro e sono sconcertanti. Queste percentuali impongono un cambio di registro nel linguaggio della politica, intesa troppo spesso come ring e sempre meno come dialogo e come confronto. Questi dati documentano gli effetti di una dialettica rissosa e urlata, come se abbia più ragione chi più alza la voce.
La scuola ne esce male, sicuramente. Perché è a scuola che si impara la storia, ma la scuola non ce la fa a star dietro a tutto: non è più l’unica agenzia di istruzione ed è ancora legata a programmi ministeriali ripetitivi che non consentono di approfondire il Novecento se non negli ultimi mesi di lezione dell’ultimo anno di studi.
Non è un caso neppure che, accanto a questi dati, il rapporto Eurispes racconti anche un calo di fiducia nelle istituzioni. Sappiamo pure quanta sfiducia si respiri sotto il profilo economico e occupazionale, quanta paura per il futuro incerto si avverta in giro, per strada e negli uffici.
Diffusi a ridosso della «Giornata della Memoria», questi dati sconfortano, ma nello stesso tempo spronano all’azione, perché confermano che solo se abbiamo parole di memoria possiamo avere parole di futuro. L’alternativa è la ripetizione degli errori del passato.

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