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Sembra ieri che Luigi Di Maio annunciava «l’abolizione della povertà». Gli elettori di Emilia Romagna e Calabria hanno abolito lui, accendendo una seria ipoteca sulla durata del governo.

Il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte

Il presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte

Sembra ieri che Luigi Di Maio annunciava «l’abolizione della povertà». Gli elettori di Emilia Romagna e Calabria hanno abolito lui, accendendo una seria ipoteca sulla durata del governo. La stessa ipoteca che era stata appena spenta da Matteo Salvini.
Diciamocelo, il «Capitano» da agosto non ne azzecca una. E un miracolo appare il circa 32% che la Lega mantiene nella Regione-Stalingrado: ha sbagliato candidata e campagna elettorale pensando più a blindare il voto sicuro che a conquistare quello non scontato dei moderati di centrodestra.

Dall’altra parte è stato bravo Bonaccini, con l’aiuto delle furbe Sardine, a riaccendere la passione - nonostante il Pd non pervenuto - negli astensionisti. Poi Salvini ha concluso male una gara che poteva essere addirittura in discesa, con la citofonata al presunto spacciatore nordafricano.
Che accadrà ora? Matteo si lecca le ferite. I 5Stelle non hanno più nemmeno le ferite. Pur essendo i più numerosi in parlamento, di fatto sono evaporati, vicini alla scissione. La maggiorparte di loro ha consapevolezza della fine politica imminente, del ritorno a redditi umani. Ed è questa l’unica garanzia che trasforma in una corazza la flebile pellicola che tiene in vita il governo.

Però tornano le parole di Winston Chirchill «il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni». Una lezione che deve aver bene appreso Giuseppe Conte. Il premier tira un sospiro di sollievo, sorvola sulla batosta giallorossa in Calabria (che promette nuove sorprese al Sud), strizza l’occhio all’ala governativa del Pd e si accinge a rinnovare il contratto di affitto a Palazzo Chigi. Quando è parso chiaro che stava prevalendo Bonaccini, il presidente del Consiglio ha potuto proclamare «sconfitto l’uomo degli slogan» che pensava «di darci una spallata»: «governando bene l’Italia batteremo Salvini e i sovranisti nel 2023».
Sembra facile, non lo è, ma conferma che nella testa dell’avvocato pugliese, ai tre anni dell’attuale legislatura si aggiungono altri cinque della prossima, senza dimenticare che nel frattempo c’è da eleggere l’inquilino del Quirinale, palazzo non tanto lontano da Chigi. Si vedrà se ci sarà ancora lui al termine del percorso, perché non sarà semplice gestire una maggiornza che non è un’alleanza e. Certo, Conte ha spento la miccia dei dem, pronti ad un’uscita salvavita in caso di disastro Emilia. E potrebbe aver riportato a più sagge strategie il «ribelle» Matteo Renzi. La mission di questa maggioranza era e resta arrivare all’elezione del capo dello Stato, e dunque l’ala governista dem avrebbe comunque cercato un’altra soluzione. Conte sapeva che pur di far durare la legislatura, le forze di governo avrebbero potuto mettere nel conto il suo sacrificio. Un destino che già aveva colpito D’Alema, ma che adesso non ha più ragione d’essere.
A volere le urne anticipate - tranne clamorosi inciampi - c’è solo Salvini. Anche Forza Italia e Fratelli d’Italia in realtà hanno altri obiettivi. La Giorgia tricolore punta a prendersi la premiership; gli azzurri devono resuscitare o guardare altrove dopo aver toccato cifre da (senza offesa) «Potere al popolo».
Ecco perché Conte può riprendere a dormire sonni tranquilli dopo mesi di insonnia. Seppure contraccolpi e ripercussioni non mancheranno sulle forze giallorosse che vanno una, il M5S, a una sorta di congresso sui generis e l’altra, il Pd, a un congresso vero, con la possibilità di mettere in discussione la segreteria di Zingaretti.
Al balcone resta per ora solo Renzi. Non essendosi impegnato nella campagna delle regionali può perfino permettersi il lusso di tenere il cerino in mano. In questo momento è l’unico a poterlo accendere senza perdere granché.

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