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Va continuamente crescendo una sorta di psicosi conseguente al verificarsi di crolli, inondazioni, frane, ecc., in varie zone del Paese, cui fa immancabilmente seguito una spasmodica ricerca delle responsabilità nella realizzazione e nella gestione delle opere danneggiate dagli eventi.

L’argomento più attuale riguarda la stabilità degli innumerevoli ponti e viadotti esistenti lungo autostrade, ferrovie e strade della nostra Penisola. Il crollo del ponte Morandi a Genova ha giustamente provocato preoccupazione e innescato inchieste a proposito dell’inefficace monitoraggio delle sue condizioni statiche; di recente, nella stessa Regione si è avuto il crollo di una carreggiata del viadotto Madonna del Monte dell’autostrada A-6, Torino-Savona. L’immaginario collettivo ha accomunato i due avvenimenti che ovviamente sono diversissimi tra loro. Nel primo caso infatti la stabilità era affidata agli stralli presenti in numero di quattro per ciascuna pila: sarebbe bastato che anche uno solo di essi venisse meno, come molto probabilmente poi è avvenuto, perché si verificasse il crollo. Va da sé che ciò avrebbe richiesto un’attenzione notevole nel controllare lo stato di salute di quegli elementi che, in quanto realizzati in cemento armato, non erano, come si è ricordato in un articolo comparso sulla Gazzetta a firma di chi scrive subito dopo il disastro, certamente i più adatti a sopportare per tanti anni gli ingenti sforzi di trazione, per di più variabili nel tempo, dovuti al traffico anche pesante che si svolgeva sul viadotto. Nel secondo caso il crollo non è certamente da collegare a fenomeni, anche se diffusi, di ammaloramento del conglomerato che sono segnalati a carico di molte strutture delle autostrade in tutt’Italia , ma a un imponente fenomeno franoso, partito dai fianchi della montagna , che ha letteralmente spazzato via il manufatto, lasciando intatto quello adiacente relativo all’altra carreggiata. La comparsa sulle travi e sulle pile di un ponte di distacchi nel conglomerato e di messa in nudo delle armature non è certamente un bel segnale in quanto può progredire nel tempo e minare la statica dell’opera nel suo complesso. Può dar luogo a caduta di frammenti di calcestruzzo che di per sé rappresentano un grave pericolo per chi si trovi al di sotto , ma non è detto che preludano a un crollo totale immediato. In questi casi solo tecnici esperti possono stabilire gli interventi atti a conferire a un manufatto il necessario margine di sicurezza nei confronti di tutte le situazioni limite che in esso possano essere raggiunte. Per il viadotto della A-6 il provvedimento più importante sarebbe stato quello agire a monte dell’opera, onde evitare nei limiti del possibile il crearsi della frana.

Manutenzione - Ma tutta l’edilizia esistente, pubblica e privata che sia, è anch’essa sotto i riflettori che si accendono quando si manifestino eventi disastrosi dovuti a difetti di costruzione , a scarsa manutenzione o a improvvidi lavori di ristrutturazione: basta pensare infatti, con riferimento alla sola Puglia, ai drammatici crolli di Barletta , di Castellaneta, di Foggia, dovuti alle cause elencate o al loro combinarsi. Ma è il terremoto che produce i danni maggiori mettendo in evidenza tutte le deficienze di una fabbrica. Appare emblematica a tal proposito la constatazione, da parte delle autorità albanesi, a proposito del sisma del 26 novembre u.s., della circostanza che le abitazioni crollate siano state prevalentemente quelle tirate su da persone incompetenti, improvvisatesi costruttori, che hanno usato per di più materiali scadenti. In Italia non siamo evidentemente in tali condizioni estreme, ma la maggior parte dei nostri edifici, e non solo le scuole, non è in regola nei confronti delle complesse norme antisismiche oggi vigenti: la loro messa a norma costituisce un problema di enorme portata, diverso da caso a caso, che richiede uno studio attento da affidare a tecnici preparati e profondi conoscitori della statica.

La difesa del territorio dal rischio idrogeologico è l’altro grande problema che si presenta alla nostra società. Strettamente legato a quelli prima illustrati, esso riguarda praticamente tutte le regioni italiane, frequentemente flagellate da inondazioni, alluvioni, più frequenti e certamente più dannose che in passato, frane, sprofondamenti, ecc. a carico sia delle infrastrutture, sia, e soprattutto, degli abitati. E poi vi è il problema della difesa delle coste dall’erosione, della regolamentazione dei sistemi lagunari sensibili all’azione delle maree, della gestione delle opere portuali e via dicendo. La cementificazione del territorio con il conseguente minore assorbimento delle acque di pioggia, l’incongruo trattamento riservato a fiumi e torrenti, spesso costretti in alvei artificiali al di sotto dei centri abitati, sono solo alcune delle cause dei frequenti disastri che si registrano un po’ dovunque.

Affrontare gradualmente queste problematiche è fondamentale per il nostro Paese che rischia letteralmente di andare in pezzi. La gran mole di interventi necessari per procedere in tal senso, talvolta oggi addirittura finanziati e fermi per motivi burocratici o per scarsa progettualità, determinerebbe, in un periodo di stagnazione come quello attuale, una ripresa dell’occupazione e dell’economia. Sono perciò più che mai necessari tecnici preparati nei vari settori dell’Ingegneria Civile, che, come si è avuto modo già di denunciare in un articolo del 15 gennaio u.s., ha oggi perso attrattività da parte dei giovani, portati a seguire altre specializzazioni ritenute più moderne ed avveniristiche. C’è urgente bisogno invece di tecnici esperti in Ingegneria strutturale, in Ingegneria idraulica e geotecnica, in Ingegneria dei trasporti, ecc. Ed è indispensabile che costoro siano dotati di una sufficiente preparazione sia nelle discipline propedeutiche, sia in quelle ingegneristiche di base, in modo da affrontare le questioni illustrate con competenza e serietà, sottraendole a persone inesperte e talora poco oneste.

 * Professore emerito del Politecnico di Bari 

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