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La variabile acciaieria tra Governo e legislatura

Conte sa meglio di tutti qual è la posta in gioco. Per questa ragione ha voluto sùbito presentarsi a Taranto con un biglietto da visita inequivocabile: «Voglio salvare il siderurgico, voglio salvare il lavoro insieme con l’ambiente»

Ilva

Il tam tam di Montecitorio dà addirittura per probabili le elezioni anticipate ad aprile 2020. Ma deve fare i conti con il naturale istinto di conservazione, mai così diffuso, come stavolta, tra i banchi di Camera e Senato, visto che sarebbero in tanti a non ritornare in aula dopo il voto popolare, in caso di interruzione della legislatura. Le imminenti elezioni regionali (gennaio 2020) in Emilia-Romagna sono ritenute uno spartiacque decisivo per il futuro del governo Conte, che forse non sopravviverebbe a se stesso in caso di vittoria della candidata salviniana: il Pd difficilmente potrebbe assorbire come una spugna una sconfitta storica, il cui valore simbolico verrebbe percepito anche fuori Italia.
Ma, secondo gli analisti più severi contro il governo in carica, l’alleanza Pd-M5S è destinata a non durare a lungo anche se gli emiliani e i romagnoli dovessero confermare l’attuale presidente di centrosinistra. Troppo litigiosa è l’attuale coalizione governativa nazionale. Troppo distanti le posizioni su alcuni temi chiave. Che succederebbe, allora, in caso di rottura del patto a quattro tra M5S-Pd-Leu-Iv? I pissipissibaobao di Montecitorio rasentano la fantapolitica, ed escludono, nelle previsioni, il ricorso alle urne.

C’è chi scommette su un esecutivo guidato da Mario Draghi, ma bisognerebbe prima sondare l’orientamento del diretto interessato, che difficilmente direbbe sì. C’è addirittura chi scommette su un esecutivo a guida Giorgetti (Lega) con l’adesione di quei settori grillini ostili all’asse con il Pd. Insomma, circola di tutto e di più.

Comunque. La bomba che, più di altre, potrebbe far saltare il banco M5S-Pd, si chiama Ilva. Sul futuro dell’acciaio in Italia, infatti, si stanno affrontando numerose correnti di pensiero. C’è chi, in nome della cultura industriale, trema alla sola ipotesi che Taranto si trasformi in una Bagnoli-Bis, senza lavoro e senza salute. C’è chi, nel segno del pregiudizio anti-industriale, tifa perché il colosso siderurgico si afflosci definitivamente in nome di un «paradiso» ambientale da ripristinare. C’è chi preme per il ritorno dello scudo legale. C’è chi si mette di traverso alla sola idea. C’è chi auspica la statalizzazione dell’acciaio. C’è, chi, come il ministro Roberto Gualtieri, si dice contrario. E potremmo continuare. Neppure per la formazione della Nazionale di calcio si rincorrono tante soluzioni come quelle che circolano per la più monumentale acciaieria d’Europa.

Giuseppe Conte sa meglio di tutti qual è la posta in gioco, anzi quali sono le poste in gioco. Per questa ragione, bypassando ministeri e istituzioni varie ha voluto sùbito presentarsi a Taranto con un biglietto da visita inequivocabile: «Voglio salvare il Siderurgico, voglio salvare il lavoro insieme con l’ambiente».
La visita di Conte, oltre a garantire la città sulla volontà, sulla determinazione del governo nel sostenere il territorio jonico, mirava a rassicurare l’anima industrialista del Pd e del sindacato e a stanare l’anima anti-industrialista del M5S, Movimento che potrebbe scottarsi sulla sorte degli altoforni dell’Ilva.

Conte vuole ridare l’immunità penale ad ArcelorMittal, anche per cautelarsi in sede giudiziaria qualora gli indiani non ritenessero sufficiente la concessione dello scudo giuridico per rispettare il contratto ad ogni costo. Ma la frangia più radicale del M5S da questo orecchio non sente, ed è intenzionata ad andare avanti. Luigi Di Maio potrebbe soccorrere il presidente del Consiglio e spostare gli equilibri interni al Movimento sulla linea Palazzo Chigi. Ma il ministro degli esteri non se la sente di sfidare gli irriducibili di casa sua. La sua leadership non è di ferro, dopo le ultime scivolate elettorali. Di conseguenza il capo politico del M5S si pronuncia a monosillabi, il che significa dire no alla tutela penale per ArcelorMittal.
Di Maio non vuole rischiare l’irreparabile: l’approvazione dello scudo penale grazie al soccorso dell’opposizione e con le truppe parlamentari pentastellate spaccate in due. Per lui sarebbe un colpo micidiale.

Ma Conte è il presidente del Consiglio, oltre che un avvocato aduso a conoscere i risvolti penali di ogni decisione. Sta facendo l’impossibile per una manovra al limite dell’inverosimile: rassicurare sia Mittal sia Di Maio. Pena il patatrac generale: l’Ilva appesa a un filo, cioè al soccorso dello Stato che, è risaputo, non sa produrre acciaio; il governo sull’orlo del burrone, con buone chance di precipitare fino in fondo dopo l’eventuale definitiva rottura con Mittal. Che Conte sta cercando di scongiurare a ogni costo.

Servirebbe un atto, uno scatto di responsabilità generale. Ma il momento non appare tra i più propizi. Chissà se pensava soprattutto all’Italia il politico, politologo e banchiere venezuelano Moisés Naìm quando nel saggio La fine del potere (2012) indicava nelle pratiche di interdizione da parte delle «minoranze attive» e dei «micropoteri» uno tra i limiti più gravi delle attuali democrazie e uno tra i concimi più efficaci della piantagione populista.
Naìm avvertiva che oggi è più facile, per un outsider, acquisire il potere, ma è ancòra più facile perderlo. L’antidoto per conservare il potere, a suo avviso è agire. Appunto. Se non si agisce, se si opta per l’immobilismo per paura di sbagliare, il potere ti saluta a se ne va.
Una metafora a mo’ di monito che sembra calzare alla perfezione per l’Ilva e il caso Taranto.

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