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In trappola (d'acciaio) l'intero Mezzogiorno

L’Italia è la seconda manifattura siderurgica europea con 23,4 milioni di tonnellate, 30 miliardi di fatturato e 75mila addetti dopo la Germania che da solo produce un terzo dell’acciaio europeo

Ilva

Nel 1946, davanti a una commissione dell’assemblea costituente, Oscar Sinigaglia, ingegnere di famiglia ebraica, collaboratore di Alcide De Gasperi e autore del Piano Sinigaglia per la siderurgia italiana, si presentò con queste parole: <Io difendo la siderurgia non solo perché ha 60mila operai ma perché è la base indispensabile per l’industria meccanica, perché considero quest’ultima uno dei più alti e importanti interessi italiani>. Su questi contenuti fu strutturata la politica industriale dell’Italia negli Anni Cinquanta del secolo scorso, gli anni del Miracolo economico, della ricostruzione e dello sviluppo industriale. Alla fine del decennio, a ulteriore integrazione del Piano Sinigaglia del 1948, la Finsider, la finanziaria dell’Iri fondata da Sinigaglia (morto poi nel 1954), scelse Taranto come sede del quarto centro siderurgico (gli altri, Cornigliano, Piombino e Bagnoli). Nel 1961 la prima pietra del primo complesso a ciclo integrale, nel 1965 il raddoppio. Erano ancora gli anni della crescita forte. Taranto diventò così il perno decisivo della siderurgia italiana. L’intuizione di Sinigaglia era giusta, la siderurgia accompagnò lo sviluppo industriale della meccanica.

L’Italia è la seconda manifattura siderurgica europea con 23,4 milioni di tonnellate, 30 miliardi di fatturato e 75mila addetti dopo la Germania che da solo produce un terzo dell’acciaio europeo. L’export della meccanica rappresenta il 58 per cento della produzione totale salvando così l’economia e la sovranità dell’Italia. Un milione gli occupati diretti. Se cade Taranto cade l’Italia. Questa è la realtà. La politica, immemore e cognitivamente sgretolata, non solo non conosce, ma si rifiuta di conoscere attraverso lo studio e la preparazione. Nessuno dei capi politici, nelle ultime stagioni, ha dimostrato capacità strategiche, lungimiranza e lealtà verso l’Italia. L’unica angoscia è il destino personale.

Dal 2012 in poi, anno dell’offensiva giudiziaria, i diversi governi hanno approvato 13 decreti, due ogni anno. Il Parlamento, ultimo la decisione del Senato di eliminare la copertura giuridica ai gestori della fabbrica, a volte si è mosso liberamente senza alcun vincolo di direzione politica in materia industriale. Ogni decreto diverso dall’altro, in base ai mesi e ai governanti. Mai una scelta coerente con un nucleo fondamentale di indirizzo industriale. Eppure, la stessa Italsider, nei primi anni, si è mossa con grande passione e lungimiranza. Il modello era l’Eni di Mattei. Un centro di ricerca, il Csm (Centro sperimentale matriali), una scuola di alta formazione, come quella fondata da Enrico Mattei a San Donato milanese. L’Italia all’avanguardia. Poi l’avvento dell’assistenzialismo, le derive clientelari, l’assenteismo in fabbrica, i sindacati corrotti, i politici alla ricerca spasmodica di soldi, il mercato delle consulenze, il disinteresse, i fallimenti. Una dissipazione morale e materiale. Nel 1985 le perdite della Finsider avevano superato i 7mila miliardi di lire. I diversi governi si sono mossi senza un programma delineato. Anche la privatizzazione con la famiglia Riva è avvenuta solo nelle stanze politiche. La questione ambientale non è stata mai affrontata e discussa in modo sincero e trasparente. . L’esempio più drammatico viene dalla Baia di Bagnoli a Napoli.

L’impianto di Bagnoli è stato il primo della siderurgia nel Mezzogiorno, voluto da Francesco Saverio Nitti (1868-1953). Nel 1980 un ministro si presentò davanti a duemila operai e disse: m’impegno a rinnovare la fabbrica in sei mesi, il nuovo stabilimento sarà molto più produttivo, pulito e salubre. Bagnoli non ha più riaperto e ancora oggi è una distesa di lamiere arrugginite, di discariche di metalli pesanti e di terre intossicate, tutto lungo una costa stupenda.

Mai in questi anni una scelta chiara. Solo incursioni personali. E scontri, con ogni attore ripiegato sul proprio disegno, a livello locale e nazionale. Nel vuoto si è inserita la magistratura, ma la giustizia non può risolvere i problemi di politica industriale né può determinare strategie efficaci. Due i momenti significativi. La scelta del commissario Enrico Bondi, il risanatore della Parmalat, dopo gli arresti del 2012-2013 per disastro ambientale. Bondi tenta di garantire una gestione corretta e presenta un piano per affrontare la questione ambientale, inclusa la possibilità di ricorrere al gas del Tap per sostituire il carbone coke e abbattere così le emissioni. Bonifica e nuovi impianti, spesa necessaria almeno quattro miliardi. Ma i governi i soldi li vogliono per altri obiettivi e tutto viene archiviato. La speranza è che i soldi li mettano i privati. Ma le aziende private i soldi li prendono dagli azionisti e dai privati, e li spendono solo se i soldi entrano dal mercato. Negli ultimi anni in tutto il mondo c’è una sovrapproduzione di acciaio, ovunque, dall’Asia, dove ci sono i nuovi campioni, all’Europa e agli Usa, dove il gas costa un terzo rispetto all’Italia.

Secondo grosso problema. Il ceto politico non capisce quello che avviene nel mondo. C’è chi fa viaggi, solo per turismo e senza risultati perché l’Italia è amata ma non stimata. Sfide di mercato e politica mediocre. In questo intreccio drammatico si trova oggi avviluppata la comunità di Taranto, la Puglia e l’intero Mezzogiorno. Sì, perché in trappola è l’intero Sud. L’Italia non ha più capitani d’industria coraggiosi e generosi, né manager di spessore e capaci di visione. Bisognerebbe imporre la lettura dell’ultimo discorso di Enrico Mattei a Gagliano Castelferrato in Sicilia, prima dell’esplosione del suo aereo nel cielo di Bascapè, sia nelle aule politiche sia nelle aule universitarie. Forse qualche frutto verrebbe. Perché sono rari i politici capaci di usare le parole con parsimonia e capacità di contenuti logici. Solo bassa retorica, nichilistica e demagogica. Una parte consistente del Parlamento vuole la chiusura dell’Ilva e 8300 dipendenti passare allo Stato. Se avessero letto le parole di Sinigaglia e quelle di Mattei forse a qualcuno i dubbi sarebbero venuti e l’Italia sarebbe migliore.

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