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Che cos’è la globalizzazione? La fine dei dazi. Che cos’è il protezionismo? Il ritorno dei dazi

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Che cos’è la globalizzazione? La fine dei dazi. Che cos’è il protezionismo? Il ritorno dei dazi. Che cosa nasconde la guerra commerciale, a volte preceduta e a volte seguita dalla guerra valutaria? La lotta per l’egemonia mondiale. Non è un bel momento per quella che pochi decenni fa si chiamava, pudicamente, «coesistenza pacifica». Il rischio che un tariffario doganale possa provocare molti più sconquassi di un’alterazione climatica, è tutt’altro che ipotetico. Anzi. Se il politico e scienziato statunitense Benjamin Franklin (1706-1790) sosteneva che nulla al mondo è più certo della morte e delle tasse, si potrebbe altrettanto osservare che nulla è più inevitabile di uno choc letale causato dall’orgia dei dazi.

Le guerre doganali non sono soluzioni a somma zero. Sono, invece, palesi e reciproche sottrazioni. Perdono tutti. Perdono coloro che subiscono le ritorsioni commerciali e che si propongono di rispondere con immediate contro-ritorsioni. Perdono coloro che danno il via al ballo dei dazi, perché ignorano una verità alta e visibile come il Monte Bianco, e cioè che i primi a soffrire sono paradossalmente proprio le popolazioni dei Paesi che introducono i pedaggi. Che cosa sono i dazi se non nuove tasse per i cittadini consumatori che, per forza di cose, pagheranno un prezzo più alto sia per i prodotti in arrivo dall’estero sia per i prodotti in arrivo dall’interno (che si adegueranno in automatico ai listini in rialzo)?

Sembrano concetti elementari, di facile lettura, dettati anche dalle tragiche lezioni del passato, dato che il protezionismo, contraltare economico del nazionalismo, non ha mai lasciato un ricordo gratificante negli almanacchi della storia.

Immancabilmente le stagioni degli ostacoli al libero commercio hanno provocato lutti e tragedie su scala continentale. Eppure c’è ancora in giro qualche Dottor Stranamore, addirittura il loro numero tende a crescere, convinto che ogni Paese debba ragionare con la logica del cortile domestico, provinciale, anziché con quella dello spazio aperto, globale.

Il bello, ossia il brutto, è che gli amanti dei dazi fanno ragionamenti strabici: le tariffe degli altri sono l’inferno, mentre le tariffe loro sono il paradiso. Il che non costituisce un rassicurante biglietto da visita per le relazioni future. Se queste sono le premesse, se i miei dazi sono buoni come la Nutella, mentre i tuoi sono indigesti come l’olio di ricino, allora la prospettiva di passare alle vie di fatto è più realistica di una scazzottata tra habitué di osteria.

Basterebbe ripassare alquanto la storia del Mezzogiorno per bollare i dazi come una iattura persino più grave di una calamità naturale. Diciamolo. Se il Sud si trova dove, e come, si trova, con larghe aree di arretratezza, due sono le cause storiche. Una: la sconfitta della rivoluzione napoletana del 1799, che decapitò il meglio della moderna borghesia culturale del Mezzogiorno e rilanciò il peggio del latifondismo feudale e oscurantista. Due: l’avvento del protezionismo economico nel 1887. Soffermiamoci su questo secondo punto.

Tutto ruota attorno alla figura di Agostino Magliani (1824-1891). Originario di Laurino (Salerno), il giovane Magliani si segnala come seguace delle teorie di Quintino Sella (1827-1884), il suo prestigioso talent scout: rigore finanziario, ossessione del bilancio in pareggio, libertà economica assoluta. Ma da custode dei conti in ordine, a sorpresa, Magliani - dopo l’approdo al ministero delle Finanze -, sposa la linea del disavanzo, con tanti saluti al principio dell’equilibrio di bilancio. Nel 1885, Magliani osa troppo con le spese in deficit. Risultato: conti in disordine e Italia nel pallone.

Per rimediare ai guai originati dalla sua politica clientelare e acquisitiva, Magliani estrae dal cilindro il coniglio del protezionismo e vara il provvedimento più sciagurato che si possa prendere ai danni del Mezzogiorno: le tariffe doganali. Un suicidio, e neppure assistito, diremmo oggi. Ma le tariffe doganali, istituite per proteggere la nascente industria italiana concentrata al Nord, sfociano nella classica eterogenesi dei fini. È sùbito guerra commerciale con la Francia che si vendica bloccando le importazioni dei prodotti agricoli italiani, in buona parte provenienti dal Meridione. Una botta micidiale dalla quale il Sud non si riprenderà mai più. Una botta resa ancora più dolorosa dal fatto che il responsabile non era un leghista ante litteram e nemmeno il classico bauscione milanese o il tipico settentrionale sopracciò poi di casa nella cinematografia italica. L’artefice del disastro era un campano, ingaggiato, per giunta, da un presidente del Consiglio, il siciliano Francesco Crispi (1818-1901), anch’egli meridionale. Un autogol della classe politica del Sud che più clamoroso, e sventurato, non poteva essere (e non sarà, purtroppo, l’ultimo).

Morale. Se il prekeynesiano Magliani non si fosse divertito a scoprire e brevettare la «finanza allegra», con il conseguente e incosciente tentativo di correre ai ripari attraverso le tariffe doganali, probabilmente la storia del Sud avrebbe collezionato pagine assai meno drammatiche. Non solo l’agricoltura meridionale non avrebbe pagato il conto salato del protezionismo di cui sopra, ma avrebbe di sicuro potuto sfruttare al meglio le opportunità di crescita agroindustriale grazie alla competizione sui mercati internazionali. Invece, la coltivazione dei campi resterà per parecchi decenni una pratica estensiva, non intensiva, il che non contribuirà a formare una borghesia imprenditoriale di tipo europeo, smaniosa di misurarsi con la più collaudata procedura di scoperta mai sperimentata finora: la concorrenza.

Insomma. Il Sud rappresenta tuttora lo spot più convincente contro i nostalgici di tariffe doganali, nazionalismi e protezionismi vari. Sarebbe utile ristudiare la nostra storia, all’occorrenza per scendere in piazza non soltanto contro il clima cangiante, ma anche o soprattutto contro le tentazioni pericolose di provincialismo economico e sovranismo politico, una miscela esplosiva che ciclicamente ha generato povertà, scatenato conflitti militari, provocato fame e miseria nel mondo.

Che fare: dobbiamo rivivere le stesse dissennatezze, per colpa dei leader sovranisti che si contendono il pianeta? Non sarebbe il caso. Peccato, però, che la storia dei disastri partoriti, dappertutto nel mondo, dal binonio protezionismo-tariffe doganali, la conoscano in pochi, forse pochissimi. Il che è davvero sconsolante e allarmante.

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