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Maggioranza e opposizione tra presente e futuro

L'alleanza tra i dem e i grillini è fondata su un progetto capace di favorire una sintesi programmatica o frutto di una scelta dettata solo dall’urgenza di impedire a Salvini di vincere le elezioni

Maggioranza e opposizione tra presente e futuro

La nascita del secondo Governo Conte rappresenta un’importante chiave di lettura per comprendere se siamo in presenza di una fase di vera svolta del sistema politico italiano o se si tratta, invece, di un passaggio non ancora capace di generare conseguenze definitive sul futuro dei partiti di maggioranza e opposizione. Il riferimento è soprattutto all’alleanza siglata tra Cinque Stelle e Pd, indipendentemente dal ruolo che sta svolgendo e che svolgerà il premier, artefice di un cambio di identità interpretabile sì dentro l’alveo dell’attuale maggioranza, ma anche indipendentemente da essa, essendo stato Conte in grado di guadagnare in tempi stretti la reputazione di uomo delle istituzioni.

Alleanza quella tra i dem e i grillini fondata su un progetto capace di favorire una sintesi programmatica o frutto di una scelta dettata solo dall’urgenza di impedire a Salvini di vincere le elezioni e, quindi, di diventare unitamente agli altri rappresentanti dell’ala sovranista il dominus di Governo e Parlamento? La connotazione fortemente europeista del nuovo Esecutivo, unitamente ad un’evidente dose di antisalvinismo, rappresentano di certo un collante di rilievo per comprendere la natura e la portata di questa operazione che ha spinto due partiti in palese contrapposizione l’uno con l’altro fino a luglio scorso a diventare nel giro di poche settimane alleati entusiasti. Ma questo non basta. Occorre ricercare i fattori endogeni di questa intesa, al netto del desiderio del Pd di contrastare l’avanzata leghista e del M5S di ritardare il più possibile l’appuntamento con le urne per provare a risalire la china nel gradimento degli elettori dopo il dimezzamento dei voti alle europee rispetto alle politiche del 2018, dovendo peraltro completare quel processo trasformativo da movimento anti-sistema a partito che abita le istituzioni e che si misura quotidianamente, ed a diversi livelli, con la dimensione del Governo.

Fattori endogeni che al momento sono riscontrabili in alcuni assetti programmatici già evidenti, come per esempio la natura espansiva della prossima legge di bilancio, gli investimenti nel settore dell’ambiente secondo un piano che ha l’ambizione di imprimere un vero cambio di passo al sistema produttivo e alla sfida lanciata alla stagnazione (se non alla recessione), come l’economia circolare, la riduzione del cuneo fiscale e, soprattutto, la collaborazione in più ambiti con l’Europa. La domanda trova maggiore consistenza e spendibilità interpretativa quando dal piano nazionale si passa a quello territoriale. Le strategie della Lega, alleata a livello locale con tutto il resto del centrodestra ma fino all’8 agosto scorso partner dei Cinque Stelle nel Governo gialloverde, ci ha indotto a tenere separati i due piani. Questa volta, però, lo scenario è differente. Questa volta, infatti, si ha la sensazione che Movimento e Pd vogliano puntare a qualcosa che sia in grado di andare al di là del contratto di Governo e che acquisisca le sembianze di una vera intesa politica. Progetto ambizioso, fuga in avanti? Di certo incognite ed ostacoli non mancano.

Tra i Cinque Stelle sta maturando sempre più il convincimento che la fase due debba corrispondere ad un rilancio del civismo: categoria che può dire tutto e il suo contrario, ma che svela l’obiettivo di rigenerare il patto fiduciario tra cittadini e istituzioni.

Non è un caso che Luigi Di Maio, in vista delle elezioni regionali in Umbria, abbia scritto al Quotidiano Nazionale una lettera per chiedere che “i politici facciano un passo indietro” e che “i cittadini ne facciano uno avanti”, invitando tutti ad operare “fuori dagli schemi”. Un’apertura a Zingaretti che ha ricambiato sostenendo la necessità di procedere spediti con il confronto.

L’Umbria è un caso di scuola visto che i Dem in questa Regione hanno subito un duro colpo a seguito delle inchieste sulla sanità, ma può assolvere anche alla funzione di laboratorio per i prossimi appuntamenti elettorali regionali, Puglia compresa.

Come ha scritto Agnese Pini, il civismo potrebbe diventare il nuovo “ombrello” o “cuscinetto” per rendere meno aspra una prossimità di posizioni che, tuttavia, procura agli elettori umbri qualche mal di pancia, atteso che furono proprio i pentastellati a lanciare nella terra di San Francesco la pietra dello scandalo.

Il Pd appare entusiasta dell’intesa con i pentastellati e sembra aver archiviato in fretta le titubanze della fase iniziale, anche se in questi giorni è alle prese con la questione della possibile uscita della componente che fa capo a Matteo Renzi, magari attraverso la formula della separazione consensuale. Formalmente il tema è quello dell’esigenza di dar vita ad una quarta gamba centrista, che si differenzi dalla sinistra. Sostanzialmente, invece, la minaccia della scissione è soprattutto la carta che ha in mano l’ex premier fiorentino per potenziare la sua agibilità politica in uno scenario in continuo movimento. E ciò, nonostante la quota “lealista” che fa capo a Guerini e Lotti stia facendo valutazioni differenti.

Riflettori puntati, dunque, sulla Leopolda che si svolgerà nel capoluogo fiorentino tra un mese. Il dibattito è aperto e riguarda, oltre che gli assetti di potere rispetto ai quali Zingaretti dovrà ancora una volta trovare la sintesi, anche il progetto politico, se è vero quanto denuncia Cuperlo e cioè che il rischio più grande è soprattutto quello di un “riformismo imposto dall’alto”.

Le riflessioni sulla legge elettorale sono un altro importante tassello da apporre a questo tentativo di rappresentazione della ricerca di nuovi equilibri tra maggioranza e opposizione. Contro la prospettiva del ritorno al proporzionale, Matteo Salvini ha lanciato da Pontida la proposta di un referendum che punti ad abrogare quella parte dell’attuale legge elettorale, il cosiddetto Rosatellum, che assegna i seggi in base alla proporzionalità dei voti ricevuti dai singoli partiti. Così operando di questa normativa rimarrebbe solo la componente maggioritaria con la possibilità, quindi, di eleggere nei singoli colleghi chi prende più voti dei propri sfidanti.

Un obiettivo ambizioso raggiungibile solo se entro la fine del mese almeno cinque Regioni (evidentemente quelle di centrodestra) proporranno, ai sensi dell’articolo 75 della Costituzione, un referendum abrogativo della legge elettorale vigente. La Carta prevede anche che a proporre l’attuazione di questo istituto di democrazia diretta siano in alternativa almeno cinquecentomila cittadini. Staremo a vedere. Il leader della Lega, sempre da Pontida, ieri ha affermato che il referendum è un’arma da utilizzare senza esitazione e nel nome della dicotomia “popolo versus palazzo”, anche se dovesse cambiare la politica in materia d’immigrazione.

Sullo sfondo resta la consapevolezza che gli elettori non scelgono più i partiti in base al loro posizionamento dentro le vecchie categorie di sinistra, destra e centro ma in base alle emergenze del momento, reali o percepite che siano. Che essi si muovono in ragione delle specificità dei territori e delle capacità persuasive dei leader politici. Del resto, siamo già da tempo nell’era della post ideologia.

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