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Tattica, trascuratezza oppure... tanta sfortuna? Sono in molti a chiederselo da quando è stato reso noto che il vincitore del montepremi più alto nella storia dei giochi non ha ancora fatto nulla per riscuotere il tanto agognato premio.

Perché dallo scorso 13 agosto, giorno nel quale un anonimo lodigiano ha cominciato a trattare con maggiore rispetto il proprio... posteriore, i 209 milioni di euro del Superenalotto - 184 al netto delle tasse, ma chi non sarebbe stato felice di pagare quei 25 milioni all’erario? - aspettano ancora di essere reclamati.

Intendiamoci, fino all’ultimo giorno valido, la vincita non è perduta e in genere i «fortunelli» si affidano a una banca o a un notaio, cercando di tutelare al massimo la riservatezza per evitare di essere presi d’assedio da orde di parenti bisognosi, amici in cerca d’aiuto e... consulenti finanziari più assatanati di famelici caimani. Eppure, all’idea che tutti quegli... «euri» capaci di far saltare le coronarie siano ancora lì e possano andare ad aggiungersi agli oltre 350 milioni mai reclamati negli ultimi nove anni, il pensiero corre inevitabilmente a un film come «Ho vinto la lotteria di Capodanno» nel quale Paolo Villaggio pensò bene di arricchire la sua galleria di «sfigati» raccontando la storia di un poveretto che, dopo aver vinto cinque miliardi - si ragionava ancora in lire -, perde inesorabilmente l’agognato biglietto.

Ma fermiamoci qui, perché anche se è umanamente inevitabile provare un po’ d’invidia per il fortunato concittadino di Fanfulla, nessuno sarebbe mai talmente crudele da augurargli una simile jattura. Il «poveretto» ne dovrà avere già un bel po’ di grattacapi, perché quando si vince una cifra così sarà pur vero che si risolvono molti problemi, ma ne arrivano degli altri che riguardano i tempi e i modi in cui cambiare vita. Diciamo che darsi subito alla pazza gioia non è proprio la cosa migliore da farsi: tutti quanti noi non vincitori pensiamo che ci piacerebbe acquistare una fiammante supercar, entrare in quel negozio di lusso del quale ammiriamo le vetrine ed esibire una carta «gold» col credito illimitato, o magari andare a Istanbul nel ristorante di Nusr Et e ordinare la celebre bistecca ricoperta da foglie di oro zecchino. Ma poi come la metteremmo con i nostri vicini di casa, con il portinaio che ieri ci ha fatto i complimenti per la giacca nuova, con l’edicolante che ha notato il motorino di nostro figlio o col vicino che ha visto arrivare il facchino col nuovo frigorifero (perché quello vecchio si è arreso dopo anni di costose riparazioni)? Se basta così poco per diventare oggetto di curiosità, riuscite a immaginare quanto sia difficile celare una ricchezza improvvisa stile Paperon de’ Paperoni? (A proposito, ma i millennials sanno ancora chi sia?).

E non meno difficile deve essere riuscire a gestire una simile fortuna evitando di mandarla in fumo per leggerezza, eccesso di prodigalità, scarsa capacità di investire il denaro. La casistica è piena di «tredicisti» - e anche qui, forse, dovremmo spiegare il Totocalcio ai giovanissimi - finiti sul lastrico, non meno che di rampolli di ingenti patrimoni andati in fumo.
Tuttavia, cerchiamo di non inimicarci la dea bendata tirando i piedi a chi ha avuto la fortuna di esserne baciato. E immaginiamo che nell’ultimo giorno utile, la somma venga reclamata da un istituto bancario con sede in Svizzera o magari in qualche esotico paradiso fiscale, mentre il suo vincitore - da solo o in compagnia - s’imbarca anonimamente su un aereo con un biglietto di sola andata.

Alla faccia nostra!

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