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Più ci si avvicina alle elezioni europee del 26 maggio e più arrivano le conferme dei rischi connessi al processo di trasformazione della politica in comunicazione

Comunicazione ossessiva più rischi per il Paese

Più ci si avvicina alle elezioni europee del 26 maggio e più arrivano le conferme dei rischi connessi al processo di trasformazione della politica in comunicazione. Chi scrive ha sostenuto questa tesi nell’ambito di un’analisi empirica e al tempo stesso scientifica costruita passando in rassegna, secondo una logica verticale ed orizzontale, esperienze significative maturate negli ultimi venti anni e comportamenti diffusi all’interno di diversi modelli di democrazia. Tra il sistema della comunicazione e quello della politica esiste (non da oggi) un legame solido e, a tratti, indissolubile. Un legame giustificabile con la necessità di trasferire azioni programmatiche, intenzioni e decisioni politiche all’interno di quella sfera pubblica mediata frutto di un’interazione sistemica tra chi esercita il potere e i cittadini.

A rappresentare una grande differenza rispetto al passato è la tendenza a rendere sovrapponibili, sempre e comunque, i due piani del ragionamento, ovvero quello della rappresentazione e quello dell’opzione politica. Contribuisce a muoversi in tale direzione la natura del nuovo ecosistema comunicativo fatto di ibridazioni continue tra vecchi e nuovi media. E ciò a partire dai social network in grado di restituire in tempo reale il sentiment degli elettori, ma anche di amplificare la portata semantica del messaggio. Il tema, tuttavia, si pone in relazione alla dimensione ontologica della politica. Inevitabile, perciò, è leggere il rapporto tra Movimento Cinque Stelle e Lega alla luce di questa chiave interpretativa, se si vogliono mettere in evidenza le ricadute del processo trasformativo della politica in comunicazione sull’ esigenza della stabilità e della governabilità del Paese. È comprensibile la competizione a fini elettorali anche all’interno della maggioranza. Del resto, i due partiti usciti vincitori dalle elezioni politiche del 2018 non hanno dato vita ad un’alleanza politica nel senso tradizionale del termine. Si sono accordati su alcuni punti programmatici attraverso uno strumento (il contratto di Governo) che nelle intenzioni dei leader politici di Cinque Stelle e Lega avrebbe tenuto e terrebbe al riparo la diversità delle identità nell’unità degli intenti. Ciò che diventa meno comprensibile è la determinazione da parte dei due partiti oggi al Governo ad accrescere nell’opinione pubblica la percezione di una conflittualità non più episodica ed isolata, ma reiterata e generalizzata.
Spetta sia a Di Maio, sia a Salvini mettere l’Esecutivo guidato da Giuseppe Conte nella condizione non solo di essere stabile, ma anche di apparire tale, se è vero quanto sostengono entrambi e cioè che il Governo deve andare avanti per tutta la legislatura. Il radicamento al principio di realtà, a questo punto improrogabile soprattutto se consideriamo i dossier economici più importanti e la natura vincolante della prossima legge di bilancio, invoca la necessità di un’agenda setting elaborata sul presupposto di ciò che può essere effettivamente realizzato nell’interesse dell’Italia, più che su quello della maggiore o minore utilità dal punto di vista comunicativo e del marketing elettorale. Nel contempo non sfuggirà la necessità di rendere compatibile questa esigenza di carattere generale con l’implementazione della consistenza politica di entrambi i partiti. Attenzione, però, perché tutto ciò non può avvenire ignorando i vantaggi di un orizzonte temporale medio-lungo e i rischi connessi all’immobilismo e alla paralisi decisionale.

Gli ultimi ambiti tematici (almeno in ordine di tempo) intorno ai quali fare pratica di queste argomentazioni sono rappresentati dalla sicurezza e dal conflitto d’interessi. Il primo argomento è stato riproposto da Salvini attraverso la riformulazione del relativo decreto con l’intento di provare ad annullare gli effetti non positivi causati dalla vicenda Siri. Il secondo è stato, invece, utilizzato da Di Maio per testare le reali intenzioni del leader della Lega rispetto a Berlusconi, suo alleato in alcune Regioni e Comuni. I Cinque Stelle da un lato sospettano che Salvini abbia ripreso a dialogare con Forza Italia, nonostante egli abbia sempre sostenuto in pubblico e in privato di non essere disponibile a riedizioni del vecchio centrodestra, dall’altro hanno il timore che il nuovo piano sicurezza, incentrato su una rivendicazione assoluta e totale di responsabilità in ordine ad una materia contemplante effetti concreti sull’immigrazione (e non solo), possa essere lo strumento utilizzabile dal Capitano per aprire la crisi di Governo. Il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha sostenuto che su arrivi e rimpatri Salvini ha ragione a rivendicare la propria competenza. Il premier Conte ha giocato la carta della prudenza, in linea con il suo modus operandi, derubricando così, almeno per il momento, l’iniziativa leghista a strategia comunicativa per risalire nei sondaggi dopo il calo dei giorni scorsi.

Al netto di tutto ciò a Palazzo Chigi, tuttavia, qualche timore esiste circa il rischio di un’interruzione dell’esperienza di Governo. Vedremo se il decreto bis sulla sicurezza approderà, anche sotto forma di discussione preliminare, al prossimo Consiglio dei Ministri (quando?) o se tutto verrà rinviato a dopo le europee. Salvini ieri ha indicato tre priorità per la Lega: sicurezza, riduzione della pressione fiscale e lavoro, autonomia. Un programma certamente ambizioso, considerando la difficoltà di individuare coperture finanziarie in grado di avviare l’attuazione di queste riforme. Dall’altro versante la Lega sa che la legge sul conflitto d’interessi non serve a Di Maio solo per tenere in piedi il tema della questione morale, nonostante la revoca di Siri dall’incarico di sottosegretario abbia segnato un punto a favore del capo del Movimento, ma anche per esercitare una forma di pressione su Salvini. Non è un caso che Di Maio si sia affrettato a sostenere la necessità di calendarizzare il provvedimento già questa settimana alla Camera. Com’è noto, si tratta del ramo del Parlamento presieduto da Fico, rappresentante di quell’ala dei Cinque Stelle dialogante fin dall’inizio con il Pd. Tema quello del conflitto d’interessi presente all’interno del contratto di Governo, ma considerato dalle parti del Carroccio non proprio una priorità. La posta in palio è alta e intacca più livelli: i rapporti di forza interni alla maggioranza, il futuro dell’Europa, la rappresentanza del ceto medio e altro ancora. Non sappiamo se davvero le europee saranno, come sostiene Salvini, un “referendum tra la vita e la morte, tra passato e futuro”, ma è del tutto evidente che, affinché il cambiamento possa continuare ad essere il tratto distintivo di questa stagione politica, c’è bisogno di porre fine a litigi e rivendicazioni.

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