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È una decisione storica quella assunta ieri dal Parlamento europeo, dopo un lungo e travagliato iter durato tre anni, in materia di tutela del diritto d’autore in rete.

Macché bavaglio, parola d'autore

È una decisione storica quella assunta ieri dal Parlamento europeo, dopo un lungo e travagliato iter durato tre anni, in materia di tutela del diritto d’autore in rete. L’aggettivo “storico”, spesso abusato, appare in questa circostanza perfettamente calzante rispetto alla portata – e alle prevedibili ricadute – della Direttiva, vincolante per tutti gli Stati, che sancisce un principio all’apparenza elementare: anche sul web le opere dell’ingegno – se condivise – debbono ricevere un adeguato compenso, da corrispondere ad autori ed editori.
Artisti, giornalisti, pittori, scultori, musicisti, letterati, attori, registi, sceneggiatori e via discorrendo, insomma, hanno diritto a vedere riconosciuto un equo compenso per la circolazione delle loro creazioni intellettuali in rete.

Le loro opere hanno comportato, oltre all’inevitabile scintilla creativa, un impegno di tempo e di risorse (non soltanto umane) cui è giusto e legittimo riconoscere un controvalore economico. Il lavoro umano, da che mondo e mondo, viene retribuito. Altrimenti ci troviamo di fronte a una forma di schiavitù, quant’anche fosse una schiavitù occulta e digitale. Scontato, verrebbe da dire.

E invece no. Per una malintesa concezione della libertà, nata e maturata all’indomani dell’esplosione della rete e rapidamente diffusasi tra gli internauti, tutto ciò che accade nel web è esente dalle regole comuni, è una zona franca, e qualsiasi contenuto vi circoli deve essere liberamente fruibile perché accresce la conoscenza (senza considerare la fonte e chi l’abbia prodotto). E, soprattutto, è gratuito. Ergo, le pretese di chi rivendica un corrispettivo per aver prodotto tali contenuti – articoli, brani musicali, poesie, romanzi, etc. – sono ritenute incomprensibili e irricevibili, perché minano la libertà della rete.
Una lettura fatta propria anche da alcuni di coloro che hanno votato contro la Direttiva (per l’Italia il Movimento Cinquestelle e la Lega). A commento della disciplina, difatti, il vicepremier Luigi Di Maio ha parlato di «bavaglio alla rete», arrivando addirittura ad evocare scenari da Grande Fratello di George Orwell, per il pericolo di censure preventive sul libero flusso di dati e informazioni in internet. Posizione comprensibile, se si considera che i Cinquestelle sono nati in rete e grazie alla rete si sono affermati – è su di essa che si fonda lo slogan “uno vale uno”, questo sì di sapore orwelliano, (La fattoria degli animali) – e che la ritengono strumento privilegiato di comunicazione e di partecipazione politica. E che in rete gestiscono aspetti fondamentali della vita del Movimento, ivi compresa la selezione delle candidature per le competizioni elettorali, grazie alla piattaforma Rousseau, Piccola Sorella dei grillini, con le sue luci ed ombre. Di questo si dovrà tener conto, prestando la dovuta attenzione, in sede di attuazione della Direttiva comunitaria nel nostro Paese che potrebbe essere ostacolata da un governo ostile.
La Direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale, viceversa, non fa che garantire ai creativi gli stessi benefici di cui godono offline e che – a causa di una normativa obsoleta in materia di diritto d’autore – fino ad ora non erano estesi all’universo online. Mira, in sostanza, a parificare il mondo virtuale al mondo reale, infrangendo il dominio incontrastato dei c.d. “aggregatori di notizie” – Google News, Facebook, YouTube – che dalla condivisione dei prodotti intellettuali altrui traggono multimilionari e quasi esclusivi vantaggi

Ben si comprende, allora, l’aspra battaglia condotta dai giganti del web per difendere tale privilegio, che si aggiunge alla irrisoria tassazione cui gli stessi sono sottoposti. Singolare è che Google abbia acquistato una pagina sui maggiori quotidiani italiani per esprimere la propria opinione e per sostenere il pluralismo informativo, la possibilità di «conoscere i diversi punti di vista su una notizia». Surreale. Un po’ come se Gutenberg avesse fatto appello agli amanuensi per difendere la libertà di stampa. Ma al contempo paradossale. Perché se lo sfruttamento del lavoro intellettuale dovesse portare in un futuro prossimo all’esaurimento dei “produttori di notizie”, già in forte crisi anche per la crescente concorrenza della rete, quali news aggregherebbero i colossi del web? Magari potrebbe venire in soccorso qualche algoritmo, ma con effetti del tutto imponderabili. Anche Wikipedia, pur non essendo interessata direttamente alla vicenda in quanto organizzazione no profit (ma recentemente destinataria di una donazione di 3,1 milioni di dollari da parte di Google), si è unita alla protesta oscurando il proprio sito per un giorno e invitando – al pari di Google – gli utenti a scrivere ai propri europarlamentari per bloccare l’approvazione della Direttiva.

Una Direttiva che non impone alcun obbligo od onere per l’utente, il quale potrà continuare a condividere contenuti protetti dal diritto d’autore. Sarà la piattaforma – che da quei contenuti trae un vantaggio economico – a dover corrispondere l’equo compenso ad autori ed editori. Nessuna censura, quindi. E nessun filtro automatico. Soltanto un riequilibrio tra le forze in campo, tra Davide e Golia, allo scopo di conferire dignità a chi produce beni immateriali (spesso di questi vivendo in maniera esclusiva), ma non per questo di minor valore rispetto a quelli tangibili.
Grazie all’Europa, insomma, il copyright in rete non è più un optional.
E della proprietà intellettuale non ci sarà più furto on line.

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