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La «favola» del bus a fuoco e la sua morale per Salvini

«Il problema dei migranti va affrontato, i trafficanti di carne umana vanno perseguiti e puniti, ma non c’è bisogno di intingere nell’odio ogni parola»

La «favola» del bus a fuoco e la sua morale per Salvini

La vicenda del bus incendiato e dei 51 ragazzini che con la bidella hanno rischiato di morire sembra una favola scritta da un Esopo dei nostri giorni. Una di quelle favole «morali», che avevano l’obiettivo di insegnare una qualche verità. Gli ingredienti ci sono tutti: c’è il cattivo, l’autista criminale che vuole provocare una strage; c’è l’eroe, il ragazzino che nasconde il telefonino e dà l’allarme; ci sono gli altri ragazzini, vittime innocenti destinati a essere sacrificati sull’altare della follia umana; ci sono i Carabinieri, le forze del Bene che arrivano al momento giusto e creano il lieto fine per una vicenda che sarebbe potuta finire malissimo.

Al contrario delle favole, però, i personaggi è gente vera, in carne e ossa, come vere sono la paura e il coraggio. In un tempo in cui ci si nasconde nella realtà virtuale, la realtà fisica supera ogni fantasia e ammonisce gli uomini con i suoi insegnamenti.
Nella favola del bus, come in una perfetta sceneggiatura cinematografica, c’è una controstoria che fa da sfondo alla vicenda principale e che insegna molte cose. Sy, l’autista cattivo che impersona il Male, è un senegalese che vive e lavora in Italia e ha anche la cittadinanza italiana; Ramy, l’eroe che fa trionfare il Bene, è un ragazzino di origini egiziane, anche lui vive in Italia, ma non ha la cittadinanza italiana. Anche in questo la realtà supera la fantasia: il Cattivo accolto e «premiato» dalla comunità nazionale, il Buono trattato da straniero.
Ciliegina sulla torta: la vicenda si svolge non nel tempo anonimo e indefinito delle favole, ma in un tempo preciso che vede ogni giorno uno scontro su migranti e cittadinanza, su razzismo e buonismo. E naturalmente riaccende passioni e timori, speranze e volontà. Anche il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, dice la sua.

Il ministro è noto per la sua fermezza nei confronti degli immigrati, soprattutto per la posizione di contrasto all’immigrazione. Ha schivato anche un processo. «Non lascerò mai morire un migrante in mare», ha detto davanti al Senato che doveva decidere se rinviarlo a giudizio per i migranti sulla nave Diciotti trattenuti in porto per giorni. C’è da credergli, così come è evidente che la sua politica ferrea ha drasticamente ridotto gli sbarchi. Ma c’è uno scoglio, che se il ministro Salvini riuscisse a evitare, gli consentirebbe di fare il salto di qualità e diventare con ogni probabilità un grande uomo politico.
Salvini deve superare un problema antico, che per secoli ha funestato la vita delle persone. Si chiama autoritarismo. La società ha elaborato diversi antidoti contro questo veleno subdolo. Il più efficace resta il rispetto delle regole, ovvero il diritto, con tutto quel che ne consegue. Ciò fa sì che l’autista cattivo della vicenda-favola di Milano, dopo essere stato accusato di crimini gravissimi, venga giudicato e condannato, secondo quanto prevede la legge. Nessuno può aggiungervi una sanzione ulteriore che non sia prevista dalla legge. Quando il ministro Salvini, certo, preso dall’enfasi del momento, dice che bisogna togliere la cittadinanza italiana al senegalese, fa un inutile esercizio di autoritarismo. Che diventa ancora più grave perché compiuto non da uno sfaccendato al bar, ma da un ministro della Repubblica. E anche la gara ad attribuire la cittadinanza all’eroe buono della vicenda rientra nella stessa logica manichea. Certo, è un gesto nobile riconoscere il coraggio e il senso civico di questo ragazzo egiziano e concedere a lui e alla famiglia la cittadinanza italiana. Ma quanti altri ragazzini sono oggi nella sua condizione? O devono sperare di trovarsi tutti alle prese con un delinquente che vuole bruciarli vivi per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana?

Nei nostri tribunali c’è una scritta che più nessuno legge per quanto è diventata banale: «La legge è uguale per tutti». Non è un inutile fregio sul muro. È un programma di civiltà, la sintesi di una battaglia millenaria per l’affermazione del diritto e, attraverso di esso, dei diritti. Nessuno può permettersi di ignorare quel monito, pena un salto indietro in un passato di soprusi e violenze. Ecco, è questa la morale contenuta nella favola-verità del bus in fiamme. Se Salvini la volesse capire compirebbe un grande passo in avanti come ministro, ma soprattutto lo farebbe compiere al suo partito, ai suoi sostenitori e al nostro Paese. Il problema dei migranti va affrontato, i trafficanti di carne umana vanno perseguiti e puniti, ma non c’è bisogno di intingere nell’odio ogni parola. Perché poi arriva un ragazzino egiziano e ti racconta una bellissima favola che ti smonta.

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