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Le convergenze (in mostra) fra Moro e la Gazzetta

«La Gazzetta deve parecchio a Moro. Può sembrare strano che un giornale nutra gratitudine e riconoscenza per un big della politica»

Aldo Moro

Aldo Moro

Incredibile. Un Paese fondato più sulla famiglia che sullo Stato, più sul menefreghismo che sul senso civico, per 55 giorni si lascia prendere da un micidiale raptus di statolatria che manco gli adepti di Thomas Hobbes (1588-1679) e Jean-Jacques Rousseau (1712-1778).

Roma, 16 marzo 1978. Aldo Moro (1916-1978) non è ancora giunto - dopo l’eccidio in via Fani - nella sua prima «prigione del popolo» che già la linea della fermezza («Lo Stato non tratta con i rapitori») monopolizza i teleschermi e i notiziari radio. Tutti statolatri, specie quelli che più calpestano le leggi e le direttive dello Stato. Un fanatismo sospetto, ma - si vedrà subito - non al di sopra di ogni sospetto. In fondo, parafrasando il celebre detto di Giovanni Giolitti (1842-1928) a proposito delle leggi, lo Stato va ossequiato se favorisce gli interessi miei e dei miei amici, va invece dissacrato se agevola gli interessi dei miei nemici.
Solo poche persone e pochissime istituzioni non si fanno trascinare nell’orgia statolatrica che dà Moro per morto o spacciato e, come tale, non meritevole di alcun tentativo di salvataggio da parte del Sistema. Tra queste eccezioni spicca La Gazzetta del Mezzogiorno.

La Gazzetta deve parecchio a Moro. Può sembrare strano che un giornale nutra gratitudine e riconoscenza per un big della politica. Potere e Informazione non dovrebbero mai incrociarsi, tanto meno sovrapporsi. Ma Moro è un potente atipico. È un potente convinto che ogni Potere debba essere limitato e che nulla più della stampa può svolgere un ruolo decisivo nell’erosione e nella delimitazione del Potere. Moro è un intellettuale, prima che un uomo di governo e di partito.

Moro è convinto che una democrazia senza logos e senza pluralismo capillare non abbia un luminoso avvenire davanti a sè. Da qui la sua costante attenzione verso l’editoria, la carta stampata, il sapere diffuso. Il giornalismo è il corpo intermedio che più garantisce la salute di una nazione libera e refrattaria ai dispotismi.
Moro è giornalista egli stesso. I suoi scritti sulla Gazzetta e sul Giorno lasciano il segno. Per lui la scrittura è un ossimoro benemerito: un morbo terapeutico, una malattia che guarisce. Per lui scrivere significa fare politica più che prevalendo in un congresso di partito. E fare buona politica equivale a fare buona comunicazione. E viceversa.

La Gazzetta e la classe politica pugliese (a partire dallo scudo crociato regionale) sono in prima linea, in quei terribili 55 giorni, nel tentativo di rompere il muro dell’immobilismo statolatrico, che si oppone a ogni spiraglio di negoziato. Ma quelle pugliesi restano voci isolate, cui si affiancheranno, qualche settimana dopo, solo le eresie trattativistiche di Bettino Craxi (1934-2000) e del partito socialista. Il Contesto, per rubare il titolo di un affilato libro di Leonardo Sciascia (1921-1989), profondo esegeta di Moro, non solo del Moro rapito, ha già condannato il prigioniero all’irrilevanza, all’ostracismo perpetuo. Basti rileggere le interviste, di quei giorni, ai maggiorenti dei Palazzi capitolini. Nessuna pietà per l’ostaggio. Comunque vada a finire il sequestro, Moro, per i sacerdoti del tempio, è politicamente, se non fisicamente, già nell’Aldilà.
La Gazzetta si ribella al pensiero unico di quella tragica primavera romana. Si ribella proprio nel solco della lezione di Moro. Si ribella nella consapevolezza che un’Italia orfana della figura dello statista pugliese sarà un Paese più incattivito, più incerto, più ingovernabile.

Del resto, perché i brigatisti rossi si accaniscono contro di lui che pure, assicura Pier Paolo Pasolini (1922-1975), voce tutt’altro che indulgente verso Mamma Dc, risulta il meno colpevole di tutti? Semplice. Moro, a giudizio dei duri e puri della Causa, sta corrompendo il Pci nell’abbraccio mortale del compromesso storico. Insomma, il presidente della Dc paga per la sua disponibilità al confronto, per la sua apertura al dialogo con gli avversari di ieri, per la sua ostinazione a voler sbloccare la democrazia italiana. Sì, perché il traguardo di Moro non è il matrimonio Dc-Pci, ma l’approdo alla democrazia compiuta, alla legittimazione reciproca tra due forze e culture politiche in grado di competere, da postazioni in concorrenza, per la guida del Paese. Il compromesso storico, nel disegno moroteo, rappresenta un porto intermedio, non lo sbarco finale.
Rotta difficile da accettare per chi coltiva una navigazione politica muscolare e antagonistica, fuori e dentro la Penisola. Infatti, il Contesto è spietato nei confronti del Prigioniero. Non ne riconosce gli appelli. Non ne approfondisce le indicazioni per una via d’uscita (e di salvezza). Si comporta come quei nuclei familiari che si chiudono a riccio, per non perdere la roba, quando un loro rampollo finisce nei covi dell’Anonima Sequestri e costei pretende il pagamento di un riscatto per la liberazione. Un atteggiamento disumano, prima che cinicamente statolatrico.
La roba degli Indifferenti alla sorte di Moro è il Potere. Moro vivo avrebbe potuto mettere in pericolo, o perlomeno scalfire, le certezze, le rendite di posizione, i privilegi della nuova nomenklatura. Moro vivo avrebbe complicato il sonno di numerose divinità dell’Olimpo partitocratico. Di qui il delitto d’abbandono (copyright di Carlo Bo, 1911-2001). Di qui una catena di complicità e malvagità tesa a sabotare ogni concreto segnale di misericordia umana verso un uomo già destinato all’esecuzione più brutale.

La Gazzetta, diretta da Oronzo Valentini (1922-2008), non ci sta a questo gioco al massacro. Non ci sta, non solo per un moto di pietas virgiliana, ma soprattutto per un senso di profonda considerazione nei confronti della guida più intelligente del Paese e del Mezzogiorno in particolare. E non ci sta, innanzitutto, per amore della verità, tanto è vero che la Gazzetta farà una partita a sé in tutti i tempi della vicenda Moro, che non si esaurisce nei fatidici 55 giorni: semmai comincia dal Moro giovane docente di Filosofia del Diritto e non si è ancora conclusa. La Gazzetta fa una partita solitaria, nel mondo dell’informazione, non solo nel contrastare la via dell’immobilismo dopo il raid di via Fani, ma anche nel riportare le «scoperte» choc dell’inchiesta sul rapimento. È il primo giornale, ad esempio, a fare il nome del calabrese De Vuono, legato all’’ndrangheta, come killer del leader dc.

La Regione Puglia ospiterà una mostra fotografica (curata da Gero Grassi) che riproduce le prime e le ultime pagine della Gazzetta sui 55 giorni di prigionia di Moro tra i carcerieri delle Brigate Rosse. La mostra sarà inaugurata domani nella nuova sede del Consiglio regionale.
Ringraziamo il presidente Mario Loizzo e l’onorevole Grassi per questa iniziativa. Primo, perché il cammino di Moro e della Gazzetta si è rivelato spesso concomitante. Secondo, perché, nell’era della democrazia urlata, del tutto insensibile alla «selezione delle capacità», un giorno della memoria dedicato al martire pugliese è quanto mai utile e doveroso. Perché, grazie al ricordo mai sbiadito, solo chi non c’è più ci appartiene compiutamente.

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