Mercoledì 20 Marzo 2019 | 10:01

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Le statistiche ci dicono che in Basilicata aumentano i poveri: il 22,5 per cento delle famiglie arriva a fine mese con molta difficoltà

reddito di cittadinanza

Le statistiche ci dicono che in Basilicata aumentano i poveri: il 22,5 per cento delle famiglie arriva a fine mese con molta difficoltà, il 29,1 non riesce a sostenere spese impreviste, il 26,2 non ha soldi per vestiti, il 14,2 dichiara di non poter affrontare spese mediche, il 12,9 non riesce a riscaldare la casa adeguatamente, il 12,3 è in arretrato con le bollette, il 5,8 non ce la fa ad acquistare alimenti. Tra gli indigenti oggi figurano anche professionisti, avvocati, ingegneri, laureati. Al punto che i nostri pensionati, i meno pagati d’Italia (in media percepiscono una pensione di 550 euro al mese), da sempre considerati l'anello economico debole della società, rappresentano un’àncora di salvataggio, un ammortizzatore sociale a cui aggrapparsi per tirare avanti senza un lavoro e senza una prospettiva.

Solo nell'ultimo mese, infatti, i militari sono riusciti a scovare 142 furbetti che per accedere ad agevolazioni (sconti sulla bolletta), servizi (asili nido, trasporti etc) e altri incentivi destinati ai meno abbienti hanno presentato una dichiarazione dei redditi non rispondente alla reale condizione economica familiare. Ma a sentire i Caf del territorio, ai quali vengono presentati tutti i documenti (Isee ed altro) per poter accedere alle misure di contrasto alla povertà, non ci sarebbe una corrispondenza tra l'aumento di «finti poveri» e le richieste di accesso al reddito minimo d'inserimento (varato dalla Regione Basilicata già da un paio d'anni). Il motivo? Non basta l'autocertificazione. Quando il cittadino fa domanda non può barare in quanto il singolo ente preposto a redigere la relativa istanza chiede al diretto interessato tutti i documenti necessari, senza i quali la pratica non può essere completata.

Accanto ai controlli specifici sulle dichiarazioni dei redditi ci sono quelli di routine che continuano ad essere a campione, con il rischio di ficcare il naso solo nei conti di chi è in regola o è inciampato, senza volerlo, in piccoli errori nelle dichiarazioni dei redditi. Già, ma come essere sicuri di non sbagliare per evitare sanzioni? L'Agenzia delle Entrate aveva messo a disposizione un proprio software scaricabile sul computer. Si chiamava Redditest ed era, in pratica, un questionario su cui annotare le entrate e le spese, ottenendo, al termine dell’operazione, un giudizio di congruità. Vale a dire, il programma verificava se quello che il cittadino spendeva fosse compatibile con il suo tenore di vita e con ciò che dichiarava al fisco. In caso di contraddizioni e dislivelli, l'utente sapeva che diventava a rischio di controllo. A livello regionale ancora non si hanno statistiche sull’utilizzo del redditometro “fai da te”, anche perché - spiegano all’Agenzia delle Entrate - si tratta di dati elaborati a livello centrale. Ma il sistema, sottoutilizzato, è franato sotto i colpi della sua inefficacia: chi non ha davvero uno straccio di reddito non ha certo bisogno di fare il Redditest per sapere se sta evadendo le tasse. Così come i cittadini che, consapevolmente, non dichiarano tutto fino in fondo, non corrono certo il rischio di farsi scoprire compilando il test. Al fisco, insomma, non resta che puntare su altri strumenti per combattere l'evasione (fatturazione elettronica, trasmissione telematica dei corrispettivi e archivio dei conti correnti) sapendo che in questa giungla di dati ci sarà sempre il furbo di turno, pronto a farsi passare per povero pur di addentare incentivi e agevolazioni.

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