Sabato 17 Novembre 2018 | 06:08

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Dalla guerra all’Europa alle guerre in Europa

«L’integrazione europea può riacquistare la sua anima originaria, quale prezioso laboratorio della democrazia interdipendente, solo ritornando alle proprie radici»

Tre proposte gelide verso l'Europa

L’indubbia crisi che sta vivendo l’Europa ci deve preoccupare? Una delle ragioni più significative a base dell’appartenenza all’integrazione europea, considerati i nostri precedenti storici, era data dalla garanzia che eventuali «nostalgie» di un ritorno a un infausto e inglorioso passato fascista (anche se in versione aggiornata) sarebbe stato bloccato proprio dal far parte di un più generale contesto democratico. Il problema è che poderosi venti di questa natura stanno ormai soffiando in quasi tutti gli Stati dell’Unione con possibili conseguenze a dir poco spaventose. Sotto questo profilo, la programmata Brexit rischia tuttavia di far venir meno, comunque, un supporto importante per la difesa della democrazia.

Quali scenari, infatti, potrebbero aprirsi se nei Paesi membri andassero progressivamente al potere forze di estrema destra del tipo presente in Ungheria, con la costante cancellazione del sistema di valori che hanno caratterizzato la ricostruzione del secondo dopoguerra? E quali conseguenze si avrebbero se le prossime elezioni del Parlamento europeo esprimessero una maggioranza caratterizzata da tali forze?

Sarebbe anzitutto impensabile possa riproporsi, come avvenuto lo scorso martedì, la condanna delle politiche di Orban. Ma la conseguente nascita di una «Europa delle nazioni» appare una contraddizione in termini considerata che l’alternativa Europa federale non si propone assolutamente di cancellare le identità nazionali. È, invece, a tutti evidente che sarebbe segnata la fine dell’integrazione europea, ridimensionata al massimo nei termini di un’area di libero scambio se non a un neo-feudalesimo economico, con tanti saluti ai sogni di un Continente liberato per sempre, sulla base della solidarietà e di valori fondamentali condivisi, dalla guerra e dagli egoismi nazionali. Questi ultimi, peraltro, risorgerebbero in realtà solo formalmente in quanto ricollocati in una dimensione di apparente autonomia statale ma di sostanziale dipendenza da parte di ciascuno Stato membro dai reali detentori a livello mondiale delle redini del potere politico (vedi Russia, Stati Uniti, Cina) ed economico (più o meno indistinti soggetti multinazionali). Come i quattro capponi di manzoniana memoria ci ridurremmo a scannarci per il classico tozzo di pane.

Dimenticando la reciproca solidarietà tra noi e con gli altri esseri viventi, soprattutto quelli più sfortunati in quanto nati in zone povere e funestate da guerre continue, continuiamo a comportarci come i capponi di Renzo. La maggior parte di noi, finora, ha visto la guerra in televisione o i più giovani la praticano nei videogiochi senza renderci conto dell’abisso in cui rischiamo «allegramente» di cadere passo dopo passo. In realtà, stiamo assistendo a una battaglia decisiva avente ad oggetto il «principio di umanità», sul quale è stata edificata la Comunità internazionale nel secondo dopoguerra. La «universalizzazione» dei diritti fondamentali non intendeva ovviamente cancellare la sovranità dello Stato e nemmeno ridimensionarla, come d’altronde la storia ha evidenziato. Essa ha invece opportunamente voluto ridimensionarne l’assolutezza attraverso l’affermazione che l’esercizio del relativo potere non può spingersi fino a negare la dignità delle persone sottoposte alla sua giurisdizione, che si tratti di un cittadino o di uno straniero.

È allora indispensabile avere il coraggio di difendere la nostra «vera» sovranità nazionale. Sia chiaro, non mi sono improvvisamente convertito sulla via del «sovranismo», dilagante più della Xylella. Ma non ci accorgiamo che proprio mentre ci si fa travolgere (o stravolgere?) da tale sovranismo rischiamo di perdere la nostra reale autonomia e la nostra identità nazionale. Si ha ormai una visione troppo elementare e superficiale della democrazia intesa come rapporto esclusivo tra il popolo e il suo governo, magari semplificato attraverso una delega assoluta ad esso dell’esercizio del potere. Si tratta, però, di un’effimera illusione. Nel mondo contemporaneo nessuno Stato può veramente essere pienamente sovrano poiché è costretto ad interagire con i propri vicini (altri Stati) e con i mercati. Questi non sono oscuri signori, perfidi gnomi o entità che tramano segretamente ma consistono in una miriade di risparmiatori e investitori, quindi anche essi espressione di popolo. E condizionano comunque l’esercizio dei poteri statali pur se appartengono a diversi sistemi monetari.

Non bisogna, quindi, riproporre vecchie ricette attraverso una frantumazione del concetto stesso di Patria che sarebbe progressivamente declinato su basi sempre più minori e minoritarie e, pertanto, inconcludenti: il ritorno a presunte indipendenze ed autonomie rischia di non avere mai fine. La soluzione consiste, invece, nel ridisegnare i confini della sovranità per restituirle effettività e rappresentatività democratica. L’integrazione europea è nata e si è sviluppata proprio per raggiungere questo obiettivo riproiettando su scala ben più ampia gli strumenti dell’esercizio dei poteri politici e dei relativi controlli democratici. Solo che questo complesso cammino, pur lastricato di errori ma inevitabile, rischia di essere rallentato se non bloccato da irresponsabili richiami a ricette del tutto inutili e gravemente controproducenti; è già successo che il consenso slitti verso forme autoritarie.

Tuttavia, l’integrazione europea può riacquistare la sua anima originaria, quale prezioso laboratorio della democrazia interdipendente, solo ritornando alle proprie radici e al suo prezioso patrimonio di civiltà fondato sulla protezione e promozione effettiva dei diritti umani sia individuali che sociali, dando risposte concrete e visibili ai problemi quotidiani dei cittadini partendo dall’occupazione ma anche dal problema migratorio. L’ipotizzata polizia di frontiera europea, ad esempio, è finalmente una risposta (meglio tardi che mai) seria e potenzialmente efficace. Si tratta dell’unica via possibile per restaurare il nesso sovranità-democrazia.

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