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a monopoli

Cantare alle uova
un’antica tradizione

Gigi, Cosimo e Liliana stasera in giro per contrade a «stornellare»

stornelli alle uova

di EUSTACHIO CAZZORLA

MONOPOLI - Canti pasquali in cambio di uova e di un sorso di vino. Gigi Rizzo, 62 anni, non ha mezzi termini, si definisce «custode della tradizione» e anche «del dialetto monopolitano» (allievo del professor Luigi Reho).

Questa sera Rizzo, alla chitarra, si esibirà con Cosimo Albanese, 75 anni (alla fisarmonica) e Liliana Malerba, sua coetanea, l’ugola del gruppo.

Non c’è più Santino «che è passato dallo scorso anno a miglior vita», specifica Gigi, chitarrista pasquale. Ma al «Canto alle uova» (chènde all’ove, in gergo monopolitano) la sera di Pasqua, cioè stasera, sabato, non rinuncia mai. E allora non spaventatevi se vedrete il trio per le campagne, in collina come in pianura. È uno degli ultimi gruppi che al momento cantano alle uova per masserie e per case di contrada.

«Iniziamo al tramonto e fino a quando ci accompagna la notte - dice Gigi Rizzo -. Rigorosamente a piedi, secondo la tradizione, e ci saremo ancora una volta, prima che tutto finisca nell’oblio dell’era moderna».

Il canto alle uova è in uso da tempo immemore. Una tradizione ancora viva in Valle d’Itria nella notte del sabato santo. Nell’agro monopolitano era finita in sordina, Gigi & company l’hanno rinvigorita da alcuni anni a questa parte. Il loro bottino, da spartirsi prima del tramonto, è fatto di uova fresche di gallina, pezzi di formaggio, bottiglie di vino e tante strette di mano e pacche sulle spalle. Non soldi ma sorrisi. Questo il modo migliore per dare il benvenuto ai cantori delle masserie.

Una tradizione che è difficile comprendere quando e perché sia nata. «È un canto augurale e di questua - sgombera i dubbi Gigi -. Ci spostiamo in macchina solo da una zona all’altra, ma per la contrada ci muoviamo a piedi. Iniziamo da Macchia di Monte dove abitano i parenti del povero Santino. Poi passiamo in collina, a Santa Lucia. Ogni anno ci aspettano. Spesso arriviamo che gli inquilini dormono. Si svegliano e corrono ad ascoltarci. Ci fanno accomodare in casa. Se non arriviamo noi - sottolinea Rizzo - per loro non è Pasqua. Ci ringraziano con un complimento (leggi regalino)».

A seconda delle zone, i tre cantano dapprima delle strofe in cui la Madonna è alla ricerca di suo figlio morto, poi passano al canto di questua che solitamente viene ripagato con l’offerta di uova, «considerando che in un tempo remoto solo quelle i contadini potevano offrire a causa della povertà».

Restano il simbolo, la tradizione, l’augurio di un uovo fecondo con la Resurrezione del Cristo. Tale canto si portava casa per casa cominciando la sera del sabato santo e per tutta la notte mentre la gente dormiva. Era, allora, l’unico modo per sentire un po’ di musica e piacevoli stornelli.

I cantori, oggi come allora, smettevano di suonare solo quando si apriva la porta e il padrone di casa offriva le uova per ringraziarli e le deponeva nell’apposito cestino che i suonatori portavano apposta con sé.

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