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«Ci salveremo», il libro di de Bortoli

Civismo contro cinismo la cura per il Malpaese

Il giornalista-saggista: riscoprire il dovere e il valore dello studio

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L’ispirazione del titolo, rivela l’autore, è farina di Aldo Moro (1916-1978). Ricordate? «Questo Paese non si salverà se la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera, se in Italia non nascerà una nuova stagione dei doveri». Sono le parole, spesso citate, ma sempre disattese, pronunciate nel marzo 1976 dal leader dc che due anni dopo sarà ucciso dalle Brigate Rosse.
Ci salveremo - Appunti per una riscossa civica (160 pagine, Garzanti editore, 16 euro): l’ultimo volume di Ferruccio de Bortoli è una radiografia profonda, penetrante e impietosa dei mali chiari e oscuri del Belpaese. Niente sconti. Niente indulgenze. Semmai qualche rammarico. Come sia stato possibile che la nazione superstar che negli Anni Cinquanta ha stupito il mondo fino a conquistare all’inizio degli anni Sessanta l’Oscar delle monete, oggi arranchi all’ultimo posto nella classifica della crescita in Europa, come se fosse l’ultimo dei gregari in corsa.
Il titolo del libro consiglia di avere fiducia, e di non disperare, ma la lettura del testo a tutto porta tranne che a facili entusiasmi. Non poteva essere altrimenti. L’ex direttore de Il Corriere della Sera e Il Sole 24 Ore è uno scrittore di alto lignaggio, un analista di scuola roncheyana, un saggista che fa parlare i fatti e il primo dovere di ogni bravo giornalista è proprio quello di non litigare mai con i fatti.
E che dicono i fatti, in questa sfortunata Italia 2019? Dicono che i nostri mali si vanno cronicizzando, che latita ciò che all’estero si chiama riconoscenza solidale, che l’individualismo è così sfrenato da sfociare nel menefreghismo, che è palese la contraddizione etico-culturale tra i fuoriclasse italici sparsi per il mondo e le mediocri, provinciali retrovie rimaste nella Penisola, che il principio della concorrenza sembra estraneo alla cultura dello Stivale.
L’obiettivo dichiarato dell’Europa unita è impedire la monetizzazione del debito? All’Italia questo discorso da un orecchio entra e dall’altro esce. Stampare quattrini è il retropensiero di moda. Cosicché, denuncia de Bortoli, spendiamo per finanziare il passato, non il futuro. Il che, per un osservatore formatosi sui testi sacri e sulle vicende paradigmatiche dell’economia, è un peccato esiziale. Così come è imperdonabile l’atteggiamento di un Fisco che premia, nei fatti, il nanismo di necessità, formula eufemistica per circoscrivere la vocazione diffusa a navigare sott’acqua.
Se la classe politica è quella che è, gli italiani non sono da meno. Il fregolismo è la divisa nazionale, la renitenza a onorare gli impegni è lo sport più praticato. Intendiamoci. Al dunque, lo Stato-Stato ha sempre pagato i debiti contratti, a differenza di Stati esteri adusi a salire sempre in cattedra, ma oggi il buon esempio tende a non fare più scuola, il pessimo esempio, nota de Bortoli, è una lusinga irresistibile.

Le colpe della borghesia, della classe che avrebbe dovuto fare da pilota della società civile, sono incontestabili. Furbizia. Avarizia. Familismo. Nepotismo. Fuga dalle responsabilità. Gerontocrazia. Conflittualità e complicità generazionali. Concezione dinastica e non meritocratica dell’impresa. Voglia di protezioni più che di libertà. Sudditanza al policantismo. Ha voglia il Governatore di Bankitalia, Vincenzo Visco, di ricordare come la crescita della produttività del lavoro dipenda dal livello delle competenze.

Per vasti settori di quella classe sociale cui Benedetto Croce (1866-1952) voleva affidare anche il timone morale del paese, la prassi dei vizi privati e delle pubbliche virù è ancora denaro corrente.
E che dire dell’irrisione da parte dei webeti nel confronti del sapere e della scienza? Una volta, scrive de Bortoli, la scienza non veniva svillaneggiata come adesso, nell’era della supremazia della fedeltà sulla competenza. «Ci salveremo - spera de Bortoli - se riscopriremo il valore dello studio, dell’esperienza. Se ci libereremo dal pericoloso influsso dei falsi miti sulla scienza e sulla medicina. E dalla tentazione del fai da te in Rete». Mica niente.
Anche l’informazione non è immune da errori e miopie. Il compito primario dei giornalisti, specie nell’era digitale, è quello di trasformarsi nei principali arbitri nella grande mischia tra ignoranza e cultura. Accade? Lo fanno? Bah...
Il populismo sembra incontenibile, nella sfera pubblica e in quella privata.
Un populismo di Rete fondato sul primato della famiglia sullo Stato, sul voyeurismo di massa, sulla comunicazione narcisistica e inutile, sul graffitismo urbano che deturpa le città.
I vecchi non vogliono mollare i posti di comando, gli uomini non vogliono fare spazio alle donne, i giovani non fanno figli per mille ragioni. Ma si può crescere se il Paese vanta (si fa per dire) uno fra i tassi di natalità più modesti dell’Occidente?
Tutto sbagliato, tutto da rifare, ha tuttora ragione la buonanima di Gino Bartali (1914-2000)? No. Per fortuna l’Italia è terra di contrasti. Per un’Italia venale e pitocca c’è sempre un’Italia solidale e generosa. È, quest’ultima, l’Italia disinteressata del terzo settore, del volontariato, che è l’opposto, il contraltare, per abitudini e slanci, dell’Italia immedesimata nella Rete.
Ecco. Servirebbe, per ripartire, che il senso civico dell’Italia del terzo settore prevalesse sul senso cinico dell’Italia ciarliera e velenosa che spopola sul web.
Vasto programma, obietterebbe oggi Charles de Gaulle (1890-1970)? Ma l’Italia, verrebbe da controreplicare a un ventriloquo postumo del Generale, è l’unica nazione che, nel corso della Storia, non ha mai patito un declino uniforme. C’è sempre stata un’area geografica, una fascia sociale, che si è distinta nonostante il grigiore prevalente.
Allora, va detto, non tutti avevano smarrito quel senso del dovere su cui insisteva Moro. Morale: bisogna ricominciare da lì. Solo così ci ri-salveremo e risaneremo il Malpaese. Con una riscossa civica.

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