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Il palazzo della Gazzetta di via Scipione l'Africano

Fuori ci sono i gatti. E dentro il Palazzo della Gazzetta del Mezzogiorno, vecchia sede in via Scipione l’Africano a Bari, operai nei piani interrati, intenti ad accudire il drago meccanico che divora carta ed espelle giornali.
Erano neri i felini, fino al trasferimento della redazione, degli uffici amministrativi, del reparto tipografico in piazza Moro tre anni fa. E oggi, generazione nuova di bicolori e tartarugati, attraverso le orbite che sono specchi per l’aldilà, raccontano ciò che non hai mai visto e quello che puoi immaginare.
Su al terzo piano bighellona un uomo che puoi attraversare in ogni punto del corpo con la mano, tiene al guinzaglio un dalmata che procede a scarti e vorrebbe tuffarsi dalle finestre per azzannare i felini che nel cortile, con l’insidia negli occhi, fissano i dipendenti uscire e entrare. Si chiama Gigi, caro ragazzo, e Dio un giorno svegliandosi, per un motivo qualsiasi decise di strapparlo alla terra quando non gli si era ancora imbiancata la barba. Vai tu a metterti nella testa di Dio. Sempre lì, nella redazione sconfinata, circolano cronisti ectoplasmi, ombre di segretari, fattorini, tecnici informatici, perfino un allucinato con in mano una vanga. Un sordomuto ad alta sensibilità salito dalla tipografia con i menabò in mano, che nel suo smozzicare sillabe incagliate ha insegnato ai redattori a parlare, nel senso che tutti si ritrovano a imitare i suoi versi che danno forma a espressioni e nomignoli geniali.
Dappertutto trillano telefoni bianchi. Occhi inebetiti, di guardia al bidone informatico, inseguono lo scorrere di agenzie, in attesa dei pacchi operai di Natale e di Pasqua. Picchiettare di tastiere, tartagliare di stampanti, tacchi che vengono, tacchi che vanno, gambe di femmine e sguardi di ragni, stagiste, commenti, tagli sui tagli, accoppiate, cordate redazionali: l’universale. Politici in ossequio, campioni sportivi, artisti in visita, ras della finanza. Questuanti, venditori ambulanti bizzarri, accolti benignamente dai giornalisti incatenati davanti agli schermi dai caratteri verdi sfocati: «Orologi d’epoca?» «Taralli» «Salmone del Baltico» «Pannolini?» «Servizio lavanderia» «Pizza capricciosa… Chi l’ha ordinata?».
Nell’aperto spazio della redazione centrale di Bari, bersagliata incessantemente dalle sedi decentrate, si sente guaire una cagnetta miniaturizzata. Due mani la rapiscono dal cassetto-cuccia appena la collega si alza, lasciando un biglietto per il riscatto: «Se vuoi rivedere Giulietta devi pagare la cena al settore Cultura & Spettacoli». Un grafico viene fuori barcollando dall’acquario riunioni, ha una Bic blu quasi piantata nel cranio dopo una rissa con un esperto di economia che sprizza fiamme dagli occhi e dall’anima. Lavativi infrattati a fumare nelle due trombe di scale, altri nei piani sommersi a telefonare alle commari. Nel salotto ricevimento ci sono ancora una ciocca di capelli fluttuante e un «ahia ahia! Aiutatemi..!» cristallizzato nell’aere di un cronista di nera pestato da ominidi provenienti dai quartieri foschi di Bari. Un separato trasferitosi letteralmente là dove avrebbe dovuto soltanto scrivere e intervistare: nanna sui divani e doccetta nei bagni. Un gigante buono ciabatta fra secondo e terzo piano per reimpostare la prima pagina. Un caporedattore pubblicamente accusato dai colleghi, sanguinando ira, si scotenna la cravatta e parte verso una finestra con impeto suicidario: «Un complotto, un complotto, maledetti!». Surclassato dal politico che, implicato in un’inchiesta, ma erroneamente citato sul quotidiano in un’altra più grave, fa irruzione piagnucolando fra i tavoli «mamma… mamma! Mi ammazzo, le mie figlie, che vergogna, mamma mamma!, mi butto, mi ammazzo..!», guadagnando a tuffo la cornice d’aria fatale, placcato con morse «chop tackle» rugbistiche da uno specialista in inchieste dall’espressione di atterrito cinghiale. Difatti tal politico, ancora oggi, lo abbiamo.
Amorazzi, liti stemperate a posteriori in risata (quasi). Disfide, imboscate, assemblee come derby allo stadio, un rivoluzionario portato via di peso mentre reitera, muovendo passo di gambero elastico, versus un agghiacciante monopolitano: «Merde, mmeerde, mmmeeerdee!», lasciando che le emme esondino moltiplicandosi.
Quattro piani al cielo, altri tre interrati fra archivi, sezioni docce, officine, camere attrezzi, cabine rotativa, sale elettroniche, uffici ingegneri, sezione distribuzione, depositi, colonne salomoniche e caverna bobine con rampe.
Tipografia al secondo piano, con teorie di tavoli evoluti poi in schermi digitali, avanzi di piombo di linotype, righelli d’acciaio, caratteri corsivi e tondi sparsi come lacrime di soldatini di latta. Stanze dimafoni che gracchiano nomi, cose, città. Tavoli da disegno, drappello di grafici. E sotto le loro suole i crani con riporti, o ben pettinati, degli amministrativi del primo piano, ragionieri, avvocati, ala dirigenziale, l’influente ufficio del personale.
Il Palazzo di via Scipione ne ha viste più di quante ne ha fatte. Dal pianterreno, con il salone ricevimenti, aula assemblee, reparto ricerca, bancomat, su fino al quarto piano degli studi televisivi del giornale, dal quale i pipistrelli talvolta d’estate, se i tecnici della manutenzione dimenticavano le porte aperte, piombavano come incursori sfarfallando tra i redattori, che sceglievano l’omicidio, la fuga o l’impassibilità per affrontarli.
È sempre lì il Palazzo. Sempre là nel cortile d’ingresso secondario di via Gorjux l’edera che avviluppò in amplesso linfatico la bici gialla incatenata dalla collega Clara. E sulla spianata d’ingresso monumentale, dall’altro lato, il vento e le foglie che in settembre vengono e vanno e raccontano tutto quello che è stato.

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