«Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è»: già il titolo dell'ultimo album di Amalfitano, pubblicato lo scorso 24 ottobre, fa intendere che la sua musica sia tutt'altro che scontata. Un viaggio emozionale tra sentimenti e riflessioni per il cantautore, all'anagrafe Gabriele Mencacci Amalfitano, cresciuto tra Roma, Londra e Cortina: dodici tracce che prenderanno vita sul palco domani, 10 gennaio, all'Officina degli Esordi di Bari (biglietti su otrlive.it), per poi tornare in Puglia il prossimo 6 febbraio al Mercato Nuovo di Taranto.
Il titolo dell’album è già un racconto in sé: che tipo di morte e che tipo di ritorno esprime davvero il disco?
«Parla di morte e di rinascita. Il titolo è una scritta che ho visto su un muro molti anni fa e mi è rimasta impressa nella testa da allora. Racconta un tipo di morte simbolica, non fisica: nella nostra vita moriamo tante volte e tante volte rinasciamo. Volevo raccontare proprio questo, morire più volte durante l’esistenza e poi tornare. È un disco che prova a indagare questi passaggi, forse anche il rapporto con il tempo che passa, con le trasformazioni inevitabili che ci attraversano».
Che ruolo ha l’amore oggi nel suo modo di stare al mondo e di scrivere canzoni?
«L’amore oggi, inteso come amore prettamente sentimentale, è qualcosa di fragile, in un contesto in cui spesso viene messo in secondo piano o addirittura deriso. Per me, invece, in questo disco è qualcosa di estremamente vitale: è quell’energia che ci tiene in vita, ci sostiene, ci fa rinascere mille volte. Ha quasi un valore mistico, forse non se ne potrebbe nemmeno parlare, però si può provare a farci una canzone, a tentare di raccontarlo in qualche modo. Per me l’amore è questo: stare nelle piccole cose della vita, cercarne delle tracce ovunque, vivere pienamente anche ciò che è negativo, anche il dolore».
Ha definito questo album come un viaggio emotivo dentro un mondo sempre meno intellegibile. Scrivere è stato un modo per orientarsi nel caos o per abitarlo fino in fondo?
«Sicuramente questo mondo non è facilmente intellegibile. Viviamo da più di un secolo in una sorta di nichilismo vagante che, di per sé, non è nemmeno necessariamente un male, ma è difficile da raccontare. Non abbiamo più chiari e ordinati i concetti di amore, di felicità, né uno scopo che non sia quello del successo o del profitto, che però non hanno un vero valore esistenziale. Raccontare che cos’è la morte, il dolore, la rinascita, la vita, capire cosa significhi un gesto d’amore o provare a scorgere l’amore dietro le cose, mi sembrava un buon modo per raccontare questo mondo e per abitarlo, più che per spiegare il caos».
Come cambia l'album quando passa dallo studio al concerto?
«Secondo me questo disco dal vivo dà il meglio di sé. In generale, la musica che faccio nasce già per essere suonata: per me stesso, in una stanza, o per pochi amici, e quindi naturalmente per il pubblico. Non è musica pensata per essere incastonata dentro un disco come un oggetto chiuso, ma per essere suonata e cantata. Dal vivo prende un’altra forma, respira diversamente, diventa qualcosa di più immediato e vero. È un po’ come il teatro rispetto al cinema: cambia completamente l’energia. E questa cosa mi entusiasma molto».
Brani come “L’Iliade” o “Siamo tutti cattivi” sembrano guardare il presente con uno sguardo disilluso ma lucidissimo. Quanto c’è di autobiografico e quanto di osservazione collettiva in questi testi?
«Sono canzoni che cercano di parlare del mondo che mi circonda, ma sono anche profondamente autobiografiche. È il mio sguardo sul mondo, il modo in cui io lo vedo e lo attraverso. Non credo di avere ancora la pretesa di parlare davvero della collettività, perché la collettività stessa non l’ho capita così bene da poterne parlare in modo definitivo. Io vivo dentro la collettività, ne faccio parte, e racconto quello che mi succede, come vedo le cose. Questa dimensione mi diverte molto: mi sento più un documentarista che un giornalista, uno che osserva e racconta ciò che incontra, senza la pretesa di dare una verità assoluta».
Oltre alla musica si muove tra scrittura, arte visiva e teatro. Quanto queste discipline influenzano il suo modo di pensare un disco come opera complessiva?
«Tutto quello che faccio viene più o meno dallo stesso calderone. Non solo dalla mia vita, ma da come vedo le cose. Un disegno e una canzone possono non essere collegati direttamente, ma in realtà nascono dalla stessa sensibilità, dallo stesso amore per le situazioni ironiche, complesse, stratificate. C’è anche un grande desiderio di mitologia: credo che siamo in un momento storico in cui avremmo bisogno di nuovi racconti, di nuovi miti. Forse non arriveranno davvero, ma il desiderio di raccontarli, di provarci, per me è fondamentale. Raccontare resta un atto necessario».
















