Venerdì 09 Gennaio 2026 | 23:49

La rivincita del reggae è un cerchio che si chiude: la favola di Tiziano Cavaliere, finalista di The Voice Senior

La rivincita del reggae è un cerchio che si chiude: la favola di Tiziano Cavaliere, finalista di The Voice Senior

 
Bianca Chiriatti

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Bianca Chiriatti

La rivincita del reggae è un cerchio che si chiude: la favola di Tiziano Cavaliere, finalista di The Voice Senior

Insieme al suo contrabbasso ha conquistato prima Nek e poi il pubblico del talent di Rai 1: radici pugliesi e una carriera messa in pausa dopo la nascita dell'amata figlia, vive il suo riscatto. E nel frattempo è diventato manager di Ronn Moss, il «Ridge» di Beautiful

Venerdì 09 Gennaio 2026, 06:00

Con il suo contrabbasso ha conquistato la finalissima dell’ultima edizione di «The Voice Senior», nella squadra di Nek, portando al pubblico di Rai 1 un tocco di puro reggae con il suo timbro profondo e questo strumento ingombrante e inconsueto. Ma per Tiziano Cavaliere, milanese con sangue pugliese (papà di Bari, mamma di Monte Sant’Angelo) l’esperienza nel talent condotto da Antonella Clerici è stata prima di tutto una rivincita familiare: tra i pionieri della scena reggae anni ‘80, aveva messo in pausa la carriera musicale per crescere la figlia, che oggi ha 18 anni e ha condiviso con lui ogni istante di questa avventura nel programma, vinto poi dal salentino Francesco De Siena.

Cavaliere, eravate tanti pugliesi in gara...

«È stato bellissimo, è un contesto in cui non si sente tanto l’effetto televisivo, quanto l’interscambio umano, essendo quasi tutti papà o nonni. Sono felice che abbia vinto Francesco, insegnante di musica precario, padre, una persona che rappresenta un immaginario collettivo. Io sono autodidatta, non leggo né scrivo musica, lui sì. Mi ha rappresentato bene come vincitore. Siamo stati insieme in camerino, a dormicchiare, mangiare caramelle al miele per la voce. E il 24 sarò al Teatro Italia di Gallipoli per lo spettacolo "Piazza Grande", con lui, tutti gli altri finalisti, e Franco Simone».

Noi ci eravamo già incontrati, ma lei era in un’altra veste, quella di manager e produttore di Ronn Moss (il celebre Ridge di Beautiful). Come è finito a «The Voice»?

«Posso dire che è una piccola favola. Ho fatto l’artista per 25 anni, il 27 giugno 1980 ero a San Siro, tra i fortunati ad aver visto Bob Marley dal vivo. Quel concerto mi ha folgorato, e con i Papa Winnie siamo stati la prima reggae band italiana. Concerti, dread lunghi fino alla schiena, la stampa alternativa che parlava di noi. Poi a Winnie hanno offerto un contratto con la Sony, a me un altro, e ognuno ha preso la sua strada. Io sono andato a vivere a Londra, ho fatto qualche altro disco, sono entrato nella Nazionale Cantanti, nel mio secondo album c’era un brano scritto con Ramazzotti. Poi mi sono sposato, il matrimonio è naufragato in due anni ma è nata mia figlia, e ho pensato di dover smettere con la musica per lei. È stato difficile lasciare una cosa che amavo così tanto, ma mi ero ripromesso che quando sarebbe cresciuta sarei tornato a fare musica. Che comunque non ho mai abbandonato del tutto lavorando dietro le quinte, compresa l’esperienza con Ronn, che ho conosciuto proprio in Puglia dove entrambi abbiamo dei trulli. Mia figlia mi ha accompagnato in ogni istante dell’avventura televisiva, è stata un’esperienza tutta nostra».

Tra l’altro si è distinto sul palco proprio per quel contrabbasso, non semplicissimo da trasportare...

«Per le prime esibizioni ho scelto di portare reggae puro per divertirmi, e credo che il pubblico lo abbia sentito. Sono diventato un po’ la quota leggera del programma. Il reggae è una musica che anche se sei zoppo ti fa ballare. E vedere in finale ballare tutti è stata la mia vera vittoria. Gli altri concorrenti mi prendevano in giro: “Tu non sei un concorrente, sei l’ospite internazionale”. A 60 anni fai un bilancio della vita: quello che dovevi fare l’hai fatto, ora ti resta da goderti il viaggio».

Secondo lei qual è il segreto del successo di un programma come «The Voice», che ha fatto anche quest’anno ascolti altissimi?

«È una gara umana, emozionante, senza cinismo, quasi un “Sanremo over”. Contano le storie, tutti portano un pezzo d’Italia: riscatto, dolore, vita vera. Io non ho voluto forzare la mia storia, ma ci sono stati migliaia di padri separati che si sono riconosciuti. Quella tra me e mia moglie è stata una separazione dolorosa, mia figlia ha sofferto molto, e vederla sorridere con me dietro le quinte è stato il più grande riscatto».

Cosa le rimane di tutta l’esperienza?

«Tantissimo. Ho ricevuto offerte per fare un disco, è un po’ la chiusura di un cerchio. Torno a fare la mia musica. E poi, sempre con Francesco De Siena, c’è l’idea di un format da proporre nelle piazze che coinvolga tutti noi finalisti. Ma la cosa più importante, lo ripeto, è che “The Voice” resterà nella storia mia e di mia figlia. Quando io non ci sarò più, lei potrà rivedere questa cosa che abbiamo fatto insieme. Quando ti fermi per anni ti chiedi se sarai ancora capace. E questa esperienza mi ha dimostrato che sì, lo sono ancora».

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