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Tàlassa, la musica del mare che rievoca la bellezza: la band tra il folk e il rock

A Castellaneta il gruppo che riporta i versi di Isabella Morra: «Diamo voce agli artisti senza tempo nel segno del mito griko»

Tàlassa, la musica del mare che rievoca la bellezza: la band tra il folk e il rock

Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni». La citazione del Pascoli svela il mondo dei Tàlassa. La divinità marina primordiale che marchia a fuoco la salentinità è il nome della band che affonda le radici a Castellaneta. Ad occidente del Tarantino, dove Rodolfo Valentino è un altro spirito divino, quattro artisti decantano la bellezza. L’anima rock del compositore e chitarrista classico Agostino Palmisano. La voce lirica che rievoca il tempo di Antonella Recchia. Le corde acustiche di Tommaso Carotenuto. Le percussioni vibrazionali di Filomena Pucci. Il mescolarsi di quattro onde che riversano in musica il potere curativo del mare. Tàlassa, la cui etimologia accentata sulla prima lettera «A» risolve la chiave della formazione pugliese nata nel 2015 «nel segno del griko salentino, di cui ci apprestavamo a studiare la tradizione del tamburello - spiega alla Gazzetta Carotenuto in un’intervista corale - con Palmisano, il quale fermentava l’idea di dare voce alla martire della poesia cinquecentesca Isabella Morra».

L’incipit discografico dei Tàlassa ha il nome di Crudel Fortuna. Quest’ultima è intesa nell’accezione di fato, come protagonista dei sonetti della petrarchesca Morra, che il gruppo mette in musica, firmando un progetto unico al mondo. «La fortuna è la protagonista delle rime di Isabella - spiega Antonella Recchia -. Tale entità che è una personificazione, avversaria, antagonista della donna. Fortuna solo di nome, perché nella contessa della Valsinni non è alleata, bensì identifica la sua sventura, perpetrata dalla famiglia. In un luogo e in un tempo difficile». Nata a Favale (l’odierna Valsinni) nel 1520, dentro i confini di un castello arroccato sulla diramazione del Pollino, Isabella ci vivrà fino al 1546, quando viene uccisa dai fratelli che la puniscono per una presunta relazione con il barone Diego Sandoval de Castro, anch’egli poeta e vittima della medesima sorte. Il martirio della Morra, bagnato dal sangue delle guerre e dei conti provocato dal regno napoletano del XVI secolo, riecheggia coi Tàlassa. Sono nove le tracce dell’album che fa pullulare il pionierismo romantico di Isabella Morra, riconosciuto postumo soprattutto grazie agli studi di Benedetto Croce. «Compongo da quindici anni, passando dal rock inglese all’italiano romantico. Solitamente quando creo un brano - spiega Palmisano - testualmente opero su una base musicale già costruita. Il lavoro su Morra è stato eccezionalmente il contrario. I suoi sonetti hanno generato la mia naturale scrittura».

La ricerca degli stilemi letterari costituisce la «cifra» dei Tàlassa. Con il mare che ispira, libera e cura, perché «il mare leviga la nostra terra da sempre - evidenzia Carotenuto - trasportandoci in migrazioni che parlano di popoli salentini. Musicanti del lavoro, traghettatori dell’arte». Il viaggio talassico tira fuori le pagine romanzesche di quelle donne scrittrici (come Isabella) che «la scuola ignora, perché ci propinano solo autori maschi» evidenzia Carotenuto, la cui dose critica viene rincarata da Palmisano, docente di chitarra alle Medie, il quale parla «di un giacimento culturale del Cinquecento italiano per la sua maggioranza vietato agli studenti».

Il folk, il cantautorato, il classicismo, il rock sono i rami di un albero chiamato Tàlassa, la cui fronda richiama a pagine stinte. «L’uso di parole desuete, pescate dalla ricerca che noi facciamo, è lo specchio di un modo di pensare diverso. La costruzione semantica che si distanzia dall’italiano, come può essere il dialetto, trasferisce significati a noi familiari. Da tale esercizio emerge quella nostalgia che in me vuol dire ricchezza e che penso la società odierna stia perdendo». La dissertazione di Palmisano proietta l’ascoltatore al prossimo lavoro discografico dei Tàlassa, che rivisiterà la tradizione popolare castellanetana. «Da me che venivo dal rock, ho sentito l’esigenza di affondare la creatività nel patrimonio popolare della mia terra, dando parola agli archivi di sonate mai pubblicate. Laboriosamente mi sono reso conto che il castellanetano suona bene con il nostro genere musicale. Il passo, a breve, sarà la mescolanza di scritti storici ed originali».

Le fluttuazioni del mare generano una catarsi nei Tàlassa, il cui nome è la lampadina che si accende in Palmisano durante l’epoca dello studio della letteratura funebre del griko. «Da un libro di Brizio Montinaro, Canti di pianto e d’amore dall’antico Salento, edito da Bompiani, emergono molte lamentazioni sugli amori perduti in cui si fa riferimento al mare».
Il vento della poesia muove le onde creative. È un soffio illuminante, come il respiro della vita di Morra. Durata appena ventisei anni, quando su di lei si abbatte la tagliola di chi ignora la sua poesia. A ridarne la parola, riprendendo il fluire interrotto dalla storia, è Antonella Recchia. Voce etnica profonda, come evidenziano le sue esperienze negli altri gruppi Scazzicanti e CordaMundi, tira fuori dal vortice impetuoso che la relega, ai primi del Sedicesimo secolo, Isabella Morra. «Avverto un senso di responsabilità a far cantare il pathos di una donna così moderna, nonostante i quasi cinquecento anni di distanza dalla scomparsa - dice la cantante -. La sua storia è la storia di tanti artisti fugaci che, nel poco esistere, hanno generato l’ira di Dio. Penso a Giovan Battista Pergolési, scomparso a 26 anni come Isabella, che ha ci ha lasciato gemme musicali come lo Stabat Mater».

La cultura del tempo viene immessa dai Tàlassa nel presente, facendo fiorire idee, generate da artisti come Morra, che Recchia definisce «spirituali, che appaiono unti dal Signore». Il cammino dell’arte è imperituro. La lettura formativa è di Filomena Pucci che, incontrando i Tàlassa, si scopre percussionista. Da fashion designer e talento figurativo, che brilla nel mondo della moda, esprime il valore evergreen dell’arte. «Perché il bisogno dei creativi - spiega Pucci - è raccontare, indipendentemente se faccia uscire qualcosa, destando emozione nell’ascoltatore. C’è un istinto da buttare fuori. L’arte la devi creare, il suo processo genetico è un’esigenza senza tempo».

La musica fluisce, sprizzando emozioni. Lo sa Tommaso Carotenuto, solcatore di mari, come tecnico motorista di navi. La sua chitarra acustica è tra gli ingredienti che rendono il «potere talassico». La chitarra fatta di legno, che è materiale che accende la creatività di Carotenuto, il quale adesso pensa alla costruzione di un telaio battente. «L’idea è emersa vedendo un video dei cantori di Carpino, che emanano suoni dai colpi sullo strumento». È il passato che bussa all’oggi, scaldandolo di sentimento che desta. Tale è la sensazione che emerge ascoltando i brani dei Tàlassa, come Un’altra volta: «Che Fortuna, che mai salda non stassi, cresce ogn’or il mio mal, ogn’or l’eterna… ». La crudeltà del destino, decantato da Isabella Morra, è fatto di acqua. Come il mare che battezza la formazione castellanetana. È come l’acqua del fiume Siri (oggi noto come Sinni) che ingrossa delle lacrime della castellana poetessa. Una Emily Dickinson del Cinquecento, che anticipa le sue pene in rima, elevandole a bellezza. Un tesoro che rifulge nei Tàlassa.

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