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Ecco i padri del Salento Power

Sud Sound System: reggae-pizzica, dalla Giamaica agli United States of Terronia

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Oltre che cantante, sei pure ciclista di valore, Nandu Popu, voce della band Sud Sound System, con Don Rico, Terron Fabio, Papa Gianni e GgD, anche se sul palco soltanto voi primi tre agitate le folle.

«E beh, che dici tu? Vado in sella da quando avevo otto anni, bici da corsa ma soprattutto mountain-bike da un po’. Ho gareggiato pure in categoria, è uno sport che mi appassiona».

Da cui deduco che le ginocchia non ti fanno cric croc. Quanti anni tieni?

«Cinquantuno».

Dei quali tre decenni passati a diffondere con le tre esse, SSS (Sud Sound System), e non due, il salentinu con i versi delle canzoni: raggamuffin, pizzica e reggae dancehall.

«Esatto, e per il trentennale nel 2021, Covid permettendo, abbiamo progettato un tour con J-Ax a Milano, Clementino a Napoli, Caparezza a Bari e così via. Comunque se dici dialetto dici tante cose. Cultura, soprattutto».

È un fenomeno unico che segue all’affermazione del napoletano, del romanesco in arte, e di un paio di vernacoli teatrali minori. Meritevole di uno studio dantesco sul volgare eloquio.

«Sono perfettamente d’accordo con quello che dici. Siamo portatori orgogliosi della nostra lingua di terroni. Il dialetto ci ha forgiato e rappresenta il perno dell’Afro Regga Taranta Jazz, titolo di un brano del ‘96, che i SSS propongono. Siamo nati in un tempo in cui il dialetto rischiava di andare perduto. E tutti noi, come altri colleghi, ci siamo tuffati in questo recupero».

Immagazzinando le vostre strofe, ballando al ritmo delle drum machine, i milanesi come i siculi o gli umbri s’apparentano all’espressione della patria vostra.

«È un discorso d’appartenenza. Di antagonismo, di autocoscienza, un percorso antropologico che si compie guardandosi allo specchio dentro e fuori. Pensa che io stesso, prima di tuffarmi nella realtà arcaica che l’omologazione imposta dall’impero del consumo aveva quasi sepolto, del nostro passato conoscevo poco. Abbiamo seguito l’esempio di chi ci ha preceduto. Di chi aveva già fatto queste cose».

Sarebbe?

«Domenico Modugno. Tutta la prima, splendida fase creativa, poi anche riletta in età matura, viene dal Salento. La sua formazione musicale, linguistica, esperienziale, culturale, come si sa, viene da San Pietro Vernotico, dove si trasferì già nella prima infanzia, dove è cresciuto, a un tiro di schioppo da Lecce, dai paesini nostri. Modugno cantava in salentino, i suoi brani veristi erano una interpretazione dialettale, poi commista, e alla fine trasferita, nel siciliano che in quel periodo rappresentava la lingua dominante del Sud da Napoli in giù. Il suo stesso siciliano era una specie di salentino, di dialetti, di temi, spunti, vocalità tipici dei contadini, del popolo, della tradizione».

In effetti lo stesso Modugno, in vari colloqui, mi raccontò tutto questo in dettaglio. Disse che lasciò Polignano, dove viveva al numero 5 dell’attuale piazza Caduti di via Fani, un brutto buco di casa al piano strada, dopo i sei anni; che incominciò a comporre e a cantare in salentino, brindisino, leccese, una mescola di cadenze, dato che suonando girava esplorando, pizzica, melodie secolari, e soprattutto il ricco repertorio delle barberìe salentine, d’osteria, archivi musicali vivi anche dopo gli anni Cinquanta. Trovando poi assonanze linguistiche facili con il siciliano dei suoi celebri brani. Considerava i due dialetti talmente simili che, sopratutto a inizio carriera, gabellava uno per l’altro.

«Per questo possiamo considerarlo un precursore, un maestro innovatore, un cantore dei migranti. Un ricercatore che ha scavato nel passato».

Tra l’altro lo misi alla prova, e Modugno parlava salentino ancora benissimo, mi canticchiò pure qualcosa, snocciolò delle specie di scioglilingua dei quali non capii un’acca, con sincopi supersoniche, un po’ come fate voi oggi per agganciare al volo la battuta.

«È stata una gran cosa far coesistere il vecchio con il nuovo, grido della terra ed elettronica. Tra l’86 e l’89, sotto il dominio della Sacra corona unita, noi ragazzi venimmo sfrattati dalle piazze, ridotte a luoghi di sparatorie e spaccio. Allora ci trasferimmo nelle masserie, spesso abbandonate, non ancora trasformate in B&B e alberghi meravigliosi come oggi. Talune in uso ai clan come depositi d’armi e droga. Qui incominciammo a dare feste memorabili, a suonare e a ballare. E oltre ai tantissimi giovani incominciarono a frequentarle anche signori canuti che volevano confrontarsi, conoscerci».

Di chi stiamo parlando?

«Di tamburellisti settantenni, artisti di taranta e pizzica allora emarginati, che si sentivano rinfrancati nello scoprire dei giovani come noi che non si vergognavano di cantare in dialetto, che lo amavano, che esibivano anzi la tradizione. Venivano alle nostre feste giganti come Pino Zimba, Uccio Aloisi che si scatenavano in jam-session con noi lasciando note seminali della produzione crossover. Ma anche grandi studiosi quali Piero Fumarola, Georges Lapassade, che ci definì “i nuovi tarantati”. Riaffermando dopo Ernesto De Martino i rituali terapeutici della musica».

Il Salento è la culla di un fenomeno senza precedenti. Dominate il pop in Italia, non soltanto in Puglia. Siete uniti da un’appartenenza forte e promuovete un patrimonio di musica e cultura. Siete militanti, vi chiamiate Orchestra della Taranta, Emma, Negramaro, Après la Classe, SSS o Alessandra Amoroso. Un caso paragonabile, più che alle scuole cantautoriali nordiche, soltanto al Napoli Power, con i vari Nuova compagnia di canto popolare, Roberto De Simone, Napoli Centrale, i fratelli Bennato, Pino Daniele, De Sio, Avitabile, De Piscopo, Esposito e successori.

«Mi sa che l’analogia l’hai centrata tutta. E riguardo all’impegno sociale, quindi politico, se noti, la stessa Emma Marrone, pur proponendo brani da vasto pubblico, con successo enorme, sui social è tutt’altro che una artista disimpegnata. E certamente non diffonde messaggi involutivi come i trapper, che sono su un fronte deprecabile opposto al nostro».

Perciò, dopo il Napoli Power, credo si debba parlare di Salento Power.

«Sicuramente sì. La denominazione inquadra tutto».

E i padri del Salento Power siete voi. Portenti di consenso tipo Boomdabash sono venuti poi. Del Salento avete scritto pure l’inno, «Le radici ca tieni». Come della squadra del Lecce, «Giallurussu».

«Siamo tifosi, ma rifuggiamo dagli estremismi e dagli scontri, tipo Bari-Lecce. Tifare è bello, l’ostilità di campanile è un’altra cosa. Tutto deve finire al 91° minuto. A Bari poi abbiamo tanti amici, pensa soltanto alla nostra collaborazione con una persona stupenda e musicista strepitoso come il molfettese Caparezza».

Bravissimo. L’ha detto pure Vasco Rossi, il che vale come certificazione. Mi chiedo però cosa unisce voi salentini al movimento rasta di Giamaica, a parte i cannoni.

«Noi salentini siamo giamaicani come tutti i terroni. Siamo i neri, additati ancora, gli sbarcati a Sud di questa nazione. Perciò pure le lotte di Nelson Mandela, ti giuro, noi Sud Sound System le vivevamo come nostre. Tieni ragione, le canne ci uniscono, e va bene, anche se non spingiamo certo la gente a fumarle o a prendere droghe come fanno i pessimi divi maschilisti della trap music, ma tutto il resto c’è pure».

Merìdios, cantori degli United States of Terronia. Per cui figurati se tu potevi chiamarti Fernando Blasi, vero nome, invece che Nandu Popu. Che tra l’altro ‘stu Popu che mi significa poi?

«Al bar in gioventù trangugiavo direttamente i cocktail dalla canna del bicchiere senza usare manco le mani, così di botta».

Alla faccia de lu Popu.

«Eh. Allora il barista alla fine si volta e mi fa: ahó, ippotamu sinti? Cioè: e che sei un ippopotamo? Da quel giorno tutti mi chiamarono Popu».

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